"Le storie servono alla poesia, alla musica, all'utopia, all'impegno politico: insomma all'uomo intero, e non solo al fantasticatore. Servono proprio perché in apparenza non servono a niente: come le poesie e la musica, come il teatro e lo sport... Servono all'uomo completo e, vorrei aggiungere, a completare un uomo."
Gianni Rodari


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mercoledì 31 agosto 2011

Nutrimento







"Chiudi gli occhi e inizia a guardare" scrive Antonio Catalano in un suo libro visionario.

E' questo genere di speciali contraddizioni in termini che mi permette ancora di oscillare - quotidianamente - tra un profondo cinismo, alquanto realistico (che armeggia con le mie convinzioni e le strattona continuamente) e una smodata volontà di cercare risposte alternative, inconsuete e inusuali (che contrasta e s-bilancia la scettica deriva).

Non sono un artista: non riesco a vivere di eccentricità reificate. Non sono nemmeno il suo opposto: non riesco a vivere di mediocrità materializzata. Sono solo un educatore, sono un girovago con le radici, sono un amante della parola.

Così non mi resta che nutrire la speranza e saziarmene io stesso.




martedì 1 dicembre 2009

Dispaccio di inzio dicembre







Fioccano le notizie e gli impegni.

La ciurma dei Nomadi sulle Spine al completo si è staccata dagli affari interni per dedicarsi alla vita sociale e reale, ultimamente.

Stakanov e la Megattera Bebop hanno dato una mano alla neonata Associazione di promozione sociale, la quale annuncia fiera e compatta un buon numero di progetti approvati. Con il giusto terrore di chi comincia a muovere i primi passi - con o senza girello - tutta l'associazione ride di gusto, sbatte le mani e guarda il mondo con gli occhi sgranati.

Coraggio o incoscienza? si chiederanno i più: i Soci Fondatori si abbracciano contenti e appena girato l'angolo alzano il bavero del cappotto, assaliti da un turbinio di emozioni tra l'incredulità e la speranza.

Gli stessi Soci Fondatori, negli ultimi due mesi, sono stati visti farsi valere in diversi modi e diversi ambiti. Durante il workshop della Regione Lombardia a Cremona. Durante gli incontri con le varie amministrazioni comunali. Durante gli incontri con altri attori di educazione ambientale (si legga "concorrenti", detti anche "possibili partner di progetto" in gergo partecipativo).

Sono stati tacciati di idealismo, di estremismo, di partecipazionismo, di dilettantismo, di naifismo, di volontarismo, di fancazzismo e - in alcuni casi contradditori - di precipitazionisimo. Ma i Soci Fondatori non si sono tirati indietro: si sono rimboccati le maniche e hanno spaccato.

Bravi ragazzi. Continuate così, fintanto che c'è qualcuno che vi dà credito. Poi si vedrà!

Nel frattempo, Il Saggio sull'Albero ha deciso di scendere e vedere di darsi da fare anche lui. Così si staglia all'orizzonte con un lavoro-pagnotta ad alto contenuto umano, dal devastante impatto psico-emotivo come può esserlo solo il diventare educatore in una comunità di minorenni tolte alle famiglie per i motivi più svariati. Una di quelle cose che più lo fai, meno il tuo fisico lo regge e più lo faresti.

A latere di tutto questo, qualcuno della ciurma dei Nomadi - Il Marinaio, n.d.r. - sta scandagliando il sottobosco, in cerca di ghiande particolarmente dolci e di pulci particolarmente pruriginose. La ricerca sembra essere solo agli inizi e si presenta come una di quelle ricerche che non hanno nessunissima intenzione di essere chiuse in tutta fretta. Anzi.

La ricerca tra le foglie è un'azione strana - fa sapere il Marinaio - Non sai quello che cerchi, non hai la minima idea di quello che trovi, e non sai perchè ma quando alzi lo sguardo sai quasi sempre sotto quale albero ti trovi. E riesci anche a dirlo in giro.

Sorprese a parte, sostenibilità vuol dire anche coltivare i propri sogni e avere il tempo di goderseli. Quindi grandi e lunghe pause, nessuna fretta, tanta buona musica, ottime birre, buone letture, punti di ritrovo improbabili, legnetti intagliati, dita tagliate quasi di netto, collage impossibili, e un po' di sana nostalgia per i momenti sacri in cui si pretende di stare soli.


lunedì 5 ottobre 2009

Aspettando la qualsivoglia meraviglia














Era da tempo che non riusciva a scrivere qualcosa. La sua scrivania era un disastro. Pezzi di carta d'ogni genere e specie ammuffivano assieme a pezzi di liquirizia in trucioli. Mozziconi di tabacco da pipa spenti in bicchieri opachi odoravano la stanza senza alcuna pietà. Il letto si confondeva con il pavimento, grazie ad un accumulo insulso di lenzuola e biancheria.

Lui era bloccato al centro della stanza, distante dalla macchina da scrivere almeno quattro passi, nudo come un pesce, con due orrendi calzini di cotone spugnoso a coprire quel poco di decenza che da tempo calpestava sotto i talloni. Sapeva che il sole era salito alto nel cielo, attraversando le persiane della finestra, e poi era sceso sempre più in fretta, trasformandosi di nuovo in buio e freddo e miseria. Chissà quante volte.

Il racconto non voleva procedere. Non ne voleva sapere di avanzare. Il sole era venuto e andato non sapeva più quante volte. Ormai le gambe non lo sorreggevano più e le braccia erano completamente addormentate. Il freddo che aveva avvertito ai testicoli era ormai scomparso, lasciando il posto ad un frequente formicolio che saliva dai talloni e non lo avrebbe abbandonato a breve.

Il marinaio se ne stava così, con le finestre aperte e le persiane chiuse, con lo sguardo fisso sulla pagina nella quale da tempo cercava di scrivere che cosa gli fosse capitato. Ne aveva tutto il diritto. Ne aveva bisogno, quanto di mangiare e bere - cosa che per altro non gli riusciva e non gli sarebbe riuscita fintanto che quelle maledette parole non fossero state messe su carta.

Il racconto era la sua vita, sua e dei suoi compagni nomadi. Se non procedeva quello, le loro vite sarebbero rimaste sospese. Se lui fosse morto cercando di raccontarsi, sarebbero morti anche loro. Aveva un mondo da scrivere. Un mondo da inventare. Un mondo da vivere.

La macchina da scrivere sembrava ridesse. Impossibile, assurdo. Ma gli rideva in faccia. Non ha senso quello che vuoi dire. Non ha senso per te, non ha senso per loro. Non ha senso per nessuno. Sembrava dirgli. Come in un vecchio film nel quale le macchine da scrivere erano in realtà agenti segreti di un mondo deforme e imbambolato dalle droghe.

Ma lui non era drogato. Era sveglio e vigile, per quanto gli concedessero le sue gambe e il suo stomaco vuoto e disidratato. Avvertiva il ronzio delle mosche nella stanza immobile. Sentiva gli odori delle cose nel frigo, immobili quanto lui. Percepiva le correnti d'aria che portavano di tanto in tanto gli odori da fuori: la pioggia, l'asfalto caldo bagnato di fresco, l'erba del vicino tagliata, l'azzurro del cielo.

Lui era sveglio e vigile, e quelle parole le avvertiva perfettamente. Si erano gelate da qualche parte in fondo allo stomaco. Il marinaio sapeva esattamente quale fosse la loro forma e che colore avessero. Ma non ne comprendeva il suono. Erano parole mute, gelate come blocchetti di ghiaccio sperduti in fondo ad un freezer da scongelare. E, perdio, non sarebbero venute fuori nemmeno a morire. Erano parole spaventose, che nessuno - proprio nessuno - riusciva ad immaginare. Né parole d'amore, né parole di terrore. Semplicemente parole spaventose.

Gli altri nomadi sulle spine erano preoccupati per il Marinaio e si affacciavano, di quando in quando alla porta della stanza: facevano per avvicinarsi alla macchina da scrivere, da soli o tutti assieme, per distrarlo e cercare di suggerire al foglio almeno un incipit giusto. Ma gli occhi del marinaio li trafiggevano come l'arpione di Queequeg, precisi fino alla morte, ardenti d'una luce assassina e violenta. Non azzardatevi, la preda è mia. Sembrava dire senza proferire nemmeno un sibilo.

Così tutt'attorno alla stanza, la vita continuava. Stakanov non aveva un attimo di tregua e creava situazioni strampalate nelle quali indaffararsi e industriarsi. L'eremita australiano se ne stava a gridare al mondo la sua vanità. Dal canto suo, la Balena Bebop navigava tra oceani pieni di ingiustizie cercando di mettere un po' del suo impegno nelle vite altrui. Ma tutti quanti avevano una paura fottuta e pregavano perché il Marinaio capisse esattamente che cosa stesse succedendo al loro mondo.

E finalmente lo rendesse reale, raccontandolo.







sabato 22 novembre 2008

Lettera di un solitario novello












Vorrei qui, davanti a Voi miei più cari affetti,
prendere in considerazione alcuni pensieri che vanno vagando liberamente, da ormai qualche tempo a questa parte, per le stanze del mio animo, il più delle volte passando da una camera all'altra con grande fracasso e sbatter di porte e inferiate.

Vedete, alcuni ed alcune di voi, si fregiano di potermi dire chi sono e cosa faccio della mia amabile seppur semplice vita. La qual cosa non è per nulla disprezzata, qui dalle mie parti, non fosse che taluni e talune di voi hanno la malcelata abilità di usare parole taglienti quanto la sottile ceramica bianca delle stoviglie in frantumi.

Ancora peggio, se fosse possibile, è la condizione di tal altri e tal altre che, più amabilmente forse nei modi, a me si avvicinano con grandi fusa e bisogno d’affetto, per poi ammutolirsi e allontanarsi dopo aver incontrato il mio sguardo che li - o le - interroga, chiedendo loro un seppur misero giudizio di approvazione per il mio menare questo corpaccione bonario in giro per i cortili del mondo.

Ecco, lasciate dunque che vi dica, senza alcun fronzolo di diplomazia - a me per altro cara sin dai tempi della più immemore gioventù - che tali sguardi di accondiscendente disapprovazione hanno francamente stufato, passando ogni limite di decenza e benevolente sopportazione. E non sarebbe così, se non foste proprio voi i proprietari di tali sguardi.

Perché, vedete, nella vita ho sempre amato consegnando il cuore nelle mani della persona amata, smisuratamente, intimamente e pubblicamente, senza mai fare segreto di questa mia inclinazione al sentimento fiero e verace, a questo mio espandermi finanche ad inglobare la persona amata, allacciando in lei i fili che muovevano i miei arti, le mie membra, le mie ossa e i miei pensieri.

E tale comportamento, capirete bene, mi ha sempre portato a vivere nel mondo come il guardiano di un faro, tutto proteso tra le onde incombenti e il fuoco, lassù in cima, da tenere acceso: immerso nel vuoto e collegato al mondo con pochi e rari spostamenti. Poco propenso alla vita tra grandi numeri di persone, ho sempre preferito, e voi lo sapete bene, gli incontri più intimi, nei quali intrattenere discorsi non di circostanza, ma profondi e lungimiranti, alle volte persino filosofeggianti e astratti, volti per la maggior parte a sviscerare qualche condizione di umana infelicità, al fine di ritrovarne un senso ed un capo, per capire dove poi sarebbe stato bene intervenire, e come.

Amici, voi che mi guardate con feroce accondiscendenza, e voi altri che mi parlate duramente, questa mia spiccata incapacità - sarebbe oltremodo delizioso poter dire desiderio - di una vita mondana, si sta, di questi tempi, trasformando in una sorta di disprezzo per tutte le situazioni nelle quali gentiluomini e gentili donzelle si riuniscono al solo scopo di dar fondo ai propri istinti sociali e appagare un bisogno - a mio avviso indotto - di felicità collettiva.

Per questo vi invito a riflettere sulle mie scelte di vita. Sul mio spostamento in una tana tanto lontana da voi tutti e da quel mondo che non riesco più quasi a riconoscere, da quella Società che vorrei così tanto poter amare, ma che mi appare come un ammasso di stupide risate e impegni a vuoto.

Per questo, ancora, vi invito, voi che siete persone a me care, a prendere in considerazione questo mio attaccamento ad un lavoro che molto spesso non comprendete, che forse vi affascina perché distante dalla vita che fate, ma che in cuor vostro non porterà mai a nulla di vero e di concreto.

Perché, vi dico, l'andar per boschi e per fiumi, e il veder zampillare la curiosità negli occhi della gente - una curiosità non ancor adombrata dalla bramosia dilagante, una curiosità per le cose semplici e complesse della Natura, dell'Uomo e della Donna - ecco, queste scintille di curiosità sono per me la Vita.

Specialmente ora, che mi sono reso conto - e qualcuno di voi, miei cari e amati amici, cerca di dirmelo da tempo - che io, dell'Amore, per un po' è bene che ne faccia a meno. L'Amore, che tanta vita ha riempito in me, sia con la sua assenza che con la sua presenza, ingombranti e dolorose entrambe, a modo loro. L'Amore che mi turbava in continuazione, senza resta e senza pietà. L'Amore, che aveva il volto delle Meraviglie che ho amato, con tutto me stesso, eclissandomi pure, senza saper bene che fare di quel che rimaneva del mio animo stracciato e grondante sentimenti.

Ecco, voi che mi parlate taglienti e voi che mi guardate negli occhi un po' di sbieco , voi che cercate di avvicinarvi ma non sapete bene che dirmi, voi che mi volete bene ma non sapete bene come dimostrarmelo, voi che mi sentite distante e non sapete come tenermi accanto.

E' a voi che dico Da oggi, per quanto ancora non so, il mio cuore ha bisogno di tirare un sospiro, di smettere di battere così veloce da non riuscire a pensare. Di riprendere il ritmo che aveva prima che la bramosia d'amare s'impadronisse di lui, incatenandolo alla più alta e bella colonna d'avorio del creato.

E' a voi che dico, vi sembrerà d’ora innanzi ch'io sia più cinico, più solitario, più duro, più grezzo, più inattaccabile e più incapace di amare di quanto non lo sia mai stato. E così sarà, in parte. Così sarà perché, qui, attorno al cuore, ho eretto una diga. Puntellata con querce e tronchi di abete. Profumata di resine e timo e muschi. Colorata delle foglie rosse dell'autunno. Ma pur sempre una diga.

Ricordatevi, voi - solo e soltanto voi che mi parlate duramente e che mi guardate di sbieco dopo avermi amato -, di non temere per me. Di non temere che il mio cuore si inaridisca e non sia mai più in grado di provare qualcosa che per una vita mi ha dato vita, quando non cercava di togliermela. Perché, per quanto spessa possa essere, la diga serve a tenere dentro qualcosa, conservandola.

E non temete, questo ve lo chiedo in ginocchio, di avvicinarvi alla mia ricercata solitudine. Perché - di questo ne sono sicuro - senza le vostre mani, le vostre lacrime e le vostre parole, la siccità dell'animo non tarderebbe davvero a farmi visita.


Solo,
fatelo con la grazia che sapete.






venerdì 21 novembre 2008

Ormai






Sarebbe il caso, ormai,
di prendersi qualche rivincita.

Oltre alle solite soddisfazioni.




lunedì 3 novembre 2008

Tra le foglie dei miei pensieri








Lunedì in sordina.


Silenzio stampa.


Elaboro le cose successe nelle ultime due settimane e cerco di capirci qualcosa.


Soprattutto quelle successe negli ultimi 10 giorni.


E in particolare quelle successe 6 giorni e 2 giorni fa.


Tante cose.


Troppe cose.


E io che ci sgrufolo il naso dei miei pensieri come i cinghialetti tra le foglie...










sabato 18 ottobre 2008

Elastici in sospensione





In questo momento dovrei essere a fare la spesa.

Perchè poi, tra meno di un'ora dovrei essere a Città Grande di Nebbiascura a gozzovigliare con altri scalzacani amanti dei bagordi come me.

E invece sono qui a lasciare un nuovo messaggio in bottiglia.
Che è davvero troppo tempo, dall'ultima volta seria.


Sono giorni di grande frenesia questi.


Sono i giorni in cui impazzisco correndo dietro a maestre di ogni razza, credo, età e sesso. Le peggiori sono quelle devote alla Trinità, quelle delle scuole delle suore. Quelle che ti fanno fare migliaia di miglia per un incontro e quando sei lì ti dicono Guardi, noi per quest'anno con le attività extrascolastiche siamo a posto: manderemo i nostri ragazzi in visita al papa, quindi grazie di essere venuto e arrivederci.
E ti viene voglia di appenderle al muro gridando Non potevi dirmelo al telefono, pinguina! ma non lo fai perchè sei professional e allora la saluti dicendo Che Dio la benedica, Sorella... ma forte! e sulla testa! E scappi ridendo.


Sono i giorni nei quali le persone ruvide hanno preso il largo all'improvviso, lasciando dietro di sé una scia di vita levigata, e ogni tanto uno si ferma e sta lì ad accarezzarla e a perdersi nei profumi delle sue polveri. In pace col mondo.


Sono i giorni nei quali il lavoro doveva essere quasi esclusivamente in ufficio, o a parlare con le maestre. E invece sono sempre in giro, per le paludi a caccia di coccodrilli migratori e mangiatori di orologi, per boschine ricolme di vecchietti incazzati col mondo perchè nessuno ha più la voglia e il tempo di rastrellare il sottobosco, e per montagne con conche spaventosamente giganti e laghi incredibilmente cristallini.


Ieri, ad esempio, in montagna, io e i marmocchi di turno abbiamo visitato un antico luogo sacro.

Vicino ad un lago di acqua pura, accanto ad una torbiera preziosissima, si stagliava un roccione grande e spaventoso, con un'apertura spaccata proprio nel centro, a scendere verso gl'inferi, ma senza ritorno.

E proprio davanti alla bocca del diavolo stava un macigno, un altare, una pietra sacrificale, sulla quale si scorgevano i segni e le punzonature dei pugnali in osso di lupo sfoggiati dalle streghe da sotto il mantello, all'improvviso, quando volevano sventrare aquile e corvi per le predizioni.


Oggi, invece, ho bradipato.
Steso, chiuso, rannicchiato nel mio dolce immenso letto, a tenermi caldo con le coperte di lana cercando di far spavento ad una febbre incombente.

Che la febbre viene solo se sa che hai mille impegni.
Se le fai credere che sei disoccupato e che non hai nulla da fare, se ne va a gambe levate.
Credo abbia funzionato anche questa volta.


E domani si ritorna sul Fiume Azzurro.
Che abbiamo da scortare quasi 100 anime da una sponda all'altra, io e gli altri marinai di foresta.


Ma ora basta.
Ora si va a far provviste.
Che di rhum da barattare ne è arrivato, finalmente.


lunedì 8 settembre 2008

Al giro di boa


Arrivano giornate, nel corso egli eventi, che si distinguono per la chiarezza del cielo, il caldo gentile del sole e la virata improvvisa degli odori verso una tonalità umida e rossastra.

Sono le giornate settembrine, cariche di una malinconia provocante, che spinge a guardare verso l'autunno già in cammino e l'inverno incombente come si guarderebbe un castello diroccato, poco prima di entrarvi: carico di memorie nascoste, ma pronto ad un'esperienza completamente rinnovata.

Ancor più cariche di energia lo sono, queste giornate, se si accompagnano a grandi novità e cambiamenti, tanto nella testa e nel cuore, quanto nelle mani e nelle gambe.
Il giro di boa è arrivato mentre me ne stavo a navigare tra i boschi del nord, senza quasi che me ne accorgessi, leggero e acrobata come un piccolo geco alla sua prima caccia solitaria.

Prendere coscienza che esistono Nomi che ritornano o Nomi che mai se ne sono andati vuol dire molto, nella vita di un marinaio.
Ancor più significativi sono i motivi per i quali questi nomi continuano ad apparire, anche dopo averli chiusi nei più reconditi cassetti. Magnificamente impensabile, infine, è quando si riesce a prendere una decisione sul come ci si dovrà comportare, verso questi Nomi. E perchè.

Anche l'aver cambiato del tutto luogo e mansioni del mio vagabondaggio professionale promette grandi cose.
Mi si prospettava un ambiente stranamente alternativo, chiuso tra una scrivania di compensato e quattro mura in vetro-cemento. E invece mi si offre carta bianca sui progetti e la possibilità di mantenere inalterata la mia natura di guida escursionistica. Un piccolo universo nel quale dar finalmente libero fondo ad estro, fantasia e voglia di coinvolgimento.

Ed è così che questo Giorno della Luna si lascia alle spalle la prima settimana di settembre, nella quale notte e giorno si sono inseguiti senza soluzione di continuità: tra gnocchi fritti, Mercanti di Liquori, grappini, birre, affetti, tenerezze e qualche ciurma di marmocchi desiderosa di apprendere i segreti dei naviganti di fiume.

Una prima settimana settembrina chiamata a portare questa nave dai Mari Estivi dell'Introspezione oltre la boa, verso le Acque Autunnali delle Meraviglie.



domenica 31 agosto 2008

Di risate e ali spezzate






Al rientro, un piccolo weekend di fiume senza angeli custodi, di racconti spassosamente bilingue, di passeggiate in montagna in strette gole scoscese, di affetti e amicizie a lungo trascurati.

Indossando Stivali delle Sette Leghe e valicando in quattro balzi le prealpi di Città Primadeimonti, per ritrovarsi nella piana di Nebbiascura e poi su monti alle spalle della Città dei Mattoni.

Ma saltellando felici e incoscienti per la campagna, si fa anche in tempo a calpestare qualcuno che non meriterebbe altro dolore, ma solo quiete.

E chiedere scusa mentre si cerca di spiegar d'esser stati fraintesi, non è cosa facile per i più abili oratori, figuarsi per un rozzo marinaio. Ma quiete sia.

giovedì 28 agosto 2008

Big Jim goes to Sweden






Riuscire a tradurre in parole quasi un mese di camminate in completa o semi-completa solitudine è qualcosa di poderoso. Per cui dovrò cominciare, e sperare di finire in un modo o nell'altro.


Da piccolo avevo un solo, grande eroe.
Big Jim.
E non era per i muscoli o per le mutande rosse o per il pulsantone sulla schiena.
E non era nemmeno per gli amici con i quali lottava contro le spie nemiche e il Professor Obb.

Era per i piccoli dettagliatissimi equipaggiamenti che disponeva.
Quei piccoli kit da comprare separatamente, che lo trasformavano in Big Jim Cacciatore, Big Jim Sommozzatore, Big Jim Astronauta, Big Jim Cow Boy.

Non che ne avessi uno preferito. Li adoravo tutti.
Adoravo come le piccole pistole si infilassero nelle mani di gomma.
Adoravo i disegni sui pannelli di cartone degli edifici, del camper e dell'elicottero.
Adoravo gli stivali, i pantaloni e le giacchette.
Adoravo i cappelli.

Ecco.

C'è stato un attimo, in queste giornate, nel quale il sole ha deciso di bucare le nubi e inondarmi gli occhi. E proprio in quell'attimo, mentre l'acqua del Klaralven scivolava tranquilla, mi sono reso conto che era come se mi avessero calato in una grossa scatola dei giochi e mi avessero detto Ecco, ora sei Big Jim Canoista. Sei Big Jim Canoista e hai canoa, pagaia e salvagente. Ma anche baracchino per cucinare nella tormenta, bidoni stagni, razioni per giorni e giorni, tenda, materassino e - soprattutto - piccola vanga tuttofare. Oltre ovviamente ad un poncho contro la pioggia e un nuovo cappello a tesa larga - da abbellire con qualsivoglia penna d'oca.




Ma forse è il caso di fare un passettino indietro.
Perchè non sono andato in Svezia a navigare e basta.
Ho anche camminato e fatto l'autostop. E fatto il bagno nei laghi gelati. Per un totale di quasi 600 km, tra andata e ritorno.



Sono partito dall'aereoporto di Skavsta, vicino Nykoping, a meno di un centinaio di Km a sud da Stoccolma.
Mi sono spostato verso nord-ovest e sono passato per


- Stigtoma, il paese da un solo edificio

- Yxtaholm, il castello sul lago dove sono stato attaccato dai vitelli


- Vingaker, la prima vera chiacchierata amichevole


- Orebro, la città delle paludi e dall'enorme torre-osservatorio

E poi


- Nora, dalla quale ho raggiunto l'isola di Alntorps, dove ho trascorso 3 giorni tra scoiattoli e trote


- Hallefors, il villaggio degli zombie, nel quale auto ed edifici affollavano le strade più di qualsiasi essere vivente, fatta eccezione per il maniaco guidatore del carretto dei gelati, dall'agghiacciante richiamo


- Filipstad, la città del sorriso e della mia "mamma" svedese, con i suoi gelati gratis e le sue torte regalate


- Hagfors, una palude restaurata a centro estivo


Dopo 12 giorni di cammino e autostop, finalmente Gunnerud. Buco nel mondo forestale e fluviale del Varmland, nella Svezia centrale. Base per il mio Grand Tour canoistico.


Da Gunnerud, dove mi hanno equipaggiato, sono stato trasportato in furgone fino a Branas, oltre 100 km più a nord, e lì ho cominiciato a scendere il Klaralven come solo Big Jim avrebbe potuto.

Acqua bruna quanto una Chimay, per i fondali sabbiosi ricchi di ferro. Fuoco a tarda notte, che c'era luce fino alla Mezza. Castori che si tuffano ad ogni piè sospinto. Alci che passeggiano timidi nella foresta. Stupidi topolini che vengono a chiederti se stai dormendo. Band folk tedesche itineranti che si fermano al fianco dei ponti fermando fiumane di gente. Pioggia a catinelle. Salsicce, minestre, polpette, e patate cotte nella brace.


Tornato così a Gunnerud, mi sono spostato a Stoccolma. Nella quale ho speso del tempo in compagnia di persone meravigliose, per poi scapparmene dalla città il giorno dopo, alla ricerca di incisioni rupestri vichinghe a Eskilstuna.

E poi di nuovo verso Nykoping, e l'aereoporto. E casa.



Tanta solitudine.
Tanta suggestione.
Tanta paura.
Tanta meraviglia.


La meraviglia di sentirsi diluito in un paesaggio immenso ed espanso, tra un cielo basso e gonfio, uno specchio d'acqua che intima soggezione e delle colline boscose che inducono la tentazione di carezzarne le curve con le dita.


La meraviglia del desiderio di perdersi, e lasciare che ogni parte del corpo lasci andare la presa e si metta a volteggiare per suo conto, adagiandosi dove crede sia più appropriato, per poi lasciarvisi sprofondare.


Tanta pace.
Le delusioni si sono appianate e hanno trovato altre dimensioni per esprimersi. Diventando tenacia e positività per il futuro.

Ma soprattutto, tanto tempo per scavare a fondo nella mia testa e nel mio passato. E trovare l'origine di tanti dei miei atteggiamenti, dei miei errori e delle mie piccole cose buone. E di cose interessanti ne ho trovate.
Ed era decisamente tempo che lo facessi.
Non che andasse fatto prima, ma adesso.


Senza tema di smentita sono stati i 22 giorni più significativi della mia vita.





Un ringraziamento speciale va a Ilse, i ragazzi dal Belgio, Mbabi, Anders, Natasha, Lawrence, i ragazzi di Londra che si sono incidentati in canoa, Marco e Franziska, Bijorn, Lisa e Joanna.



martedì 5 agosto 2008

Delusi e frementi


I nomadi avevano finito di attrezzare il campo mobile.


Stakanov non la piantava di pensare alle lettere da spedire, per avvertire tutti della loro prossima partenza. E sperava che le cose, al rientro, sarebbero andate come voleva, perchè sapeva bene da che parte avrebbe pesato la bilancia professionale.


L'eremita sull'albero non ne voleva sapere di spostarsi, così fu lasciato dov'era: a penzoloni del suo platano secolare, a rimuginare della vita e delle sue conseguenze.


Bebop, il cowboy acquamarino, spruzzava acqua e sbatteva le pinne, lanciando altissimi gridi texani e scagliando ad altezze ragguardevoli i pesanti bagagli, neanche fossero stecche di ghiaccioli.


Il Marinaio di foresta bramava sentire i piedi fargli male e le gambe dolere per il troppo cammino, con un groppo all'altezza del cuore che si spandeva via via verso le braccia e le mani, pronte ad afferrare qualsiasi cosa la vita gli avesse portato davanti nelle giornate a venire.


Il Marinaio era deluso.

Era stato avvicinato dal Re del Ferro e del Fuoco, con il quale aveva un rapporto del tutto particolare e altalenante.

Il Re si era proposto come compagno di viaggio per la carovana dei nomadi sulle spine, in questo gran-tour verso Nord. Sulle prime il Marinaio non aveva saputo che dire: una proposta tanto ardita non se l'aspettava proprio. Ma un secondo dopo, il Marinaio aveva accettato di buon grado, pensando fosse la migliore occasione per costruire qualcosa che non c'era mai stato.


E allora, c'erano stati i preparativi, i chiarimenti, i progetti e le spiegazioni. E il Re del Ferro e del Fuoco si era mostrato convinto di quel che voleva. Voleva partire, gli avrebbe fatto bene. Anche a costo di abbandonare per un po' la sua consigliera, L'Interpretatrice dei Fatti, abile fattucchiera.


Poi però, il dubbio si insinuò nella mente e nelle orecchie del Re. Come ci fosse arrivato, là dentro, era di facile intuizione, ma il Marinaio non si sarebbe mai azzardato a fare ipotesi infondate.


Fu così che, prendendo come scusa una spiacevole vicenda del tutto marginale, il Re del Ferro e del Fuoco si tirò indietro. Decise che non ci sarebbe più stato un viaggio assieme. Pensando che fosse del tutto inutile cercare di costruire un rapporto nuovo col Marinaio e i suoi Nomadi.


Nè ora, nè mai.

Il Re del Fuoco e del Ferro voleva restare nel suo castello, circondato da ciò che non poteva ferirlo e lontano da tutto quello che non capiva e non voleva nemmeno vedere. Lui, così forte eppure così indifeso nei confronti del mondo, accarezzato da parole dolci e bastonato da violenti insulti, provenienti dalle stesse doppie labbra.



Così il Marinaio e i Nomadi si trovarono soli, nuovamente.

A fremere per la partenza e a godere del momento in cui i bagagli sono caricati sulle spalle e il primo passo è mosso, subito seguito dal secondo. Mentre la porta di casa, alle spalle, si chiude e non si sa bene quando la si vedrà aprirsi di nuovo.


venerdì 25 luglio 2008

Elaborazioni


Con oggi si è chiusa la stagione alta, la stagione del superlavoro, delle levatacce alle 5 del mattino, delle giornate da 14 ore, delle ore infinite di code da superare passando per i paesini sperduti della Bassa padana.

Ma si è chiusa anche la stagione degli sguardi dei bimbi, delle loro lacrime e dei loro sorrisi, dell'impegno, delle energie incanalate in qualcosa che frutti e che faccia crescere, delle esperienze condivise, delle litigate costruttive, delle spanciate al ristorante, dei genitori in lacrime perchè non si aspettavano una tale partecipazione del figlio, dei giochi di ruolo che strappano ragazzi e ragazze dal computer, delle risate sotto gli alberi, dei bagni in fiume, del relax in riva al lago a parlare per ore dopo il lavoro - fino a vedere il sole al limitare degli alberi.


Si è chiusa una stagione intensa e produttiva, tenace e vigorosa, sfiancante e provante. E - soprattutto - vissuta fino in fondo. Al 100%.


Ora, si bradipa.


A modo mio.

lunedì 19 maggio 2008

Annessie e connessie




Prendere un treno da Città di Mezzobosco alle 9.30, arrivare a Città dei Vicoli alle 12.42, pranzare a bistecche e formaggi e banane e melone, stropicciarsi per delle ore, andare in manifestazione per difendere il valore della laicità e del dubbio, andare per librerie e theerie, farsi offrire un aperitivo a the e cioccorì dalla Signora delle spezie, cenare con altre sei meravigliose persone e i loro peluche, giocare al gioco degli incipit e arrivare un po' terzi e un po' secondi, ideare il brunch del secolo e addormentarsi con dolcezza, poi svegliarsi grugnendo e ammorbidirsi stropicciando letti e divani, preparare da mangiare col the buonissimo, il miele, le mozzarelline e le uova di lompo e di gallina e il prosciutto, poi far finta di iniziare a prepararsi per uscire e finire col disfare la camera appena riassettata, andare in biblioteca e poi in libreria in cerca di guide geografiche e poi a mangiare lo yogurt col cocco le noci il miele e il melone, pianificare la vacanza del millennio con paure e ansie ed entusiasmi, baciarsi un po' parlando della Svezia sdraiati sotto ad una fontana e avviarsi felici e di corsa alla stazione e prendere un Treno della Madonna con su Dio in persona che viene anche lui a Città di Mezzobosco.

E' incredibile come due settimane di avventure riescano a condensarsi in due strabilianti giornate.

Grazie
Anche e soprattutto per la pazienza che dimostri nei confronti di questo malcelato cialtrone che tanto ti tiene sulle spine...
^_^

lunedì 5 maggio 2008

La lezione svizzera


Ho passato quattro splendidi giorni gomito a gomito con alcune delle persone più genuine e interessanti che abbia mai conosciuto. Riuscire a staccarsi è stata davvero una dura prova.

In pochi giorni eravamo riusciti a creare un'atmosfera tutta particolare, fatta di domande curiose e risposte intime, affetto adolescenziale e condivisione matura, spirito d'iniziativa e inventiva spiritosa.

Nel pomeriggio del Giorno del Sole ci siamo dovuti dividere, perché così come il gruppo è stato formato e ha lavorato splendidamente, era allora il tempo che i singoli tornassero alle vite di sempre.

Ed ecco: ci siamo ritrovati in cerchio, sotto un sole di mille colori, in quel prato ormai divenuto il nostro dispensatore di piccoli segreti.

Sparsi tutt'attorno, giacevano i nostri petits milieux personnels. Lungo il fiume, tra gli alberi dei pendii, in cima a piccole colline custodite da alberi solitari: uno alla volta si stagliavano nel paesaggio come piccole candele nella notte.

E noi sapevamo che erano lì, a risplendere per noi una volta di più, nascosti agli occhi degli ignari passanti. In un paesaggio mai del tutto conoscibile, ma sempre e comunque riconoscibile, sapevamo leggere le curve degli alberi e delle rocce per ritrovare il luogo dove il nostro spirito aveva dimorato per quel breve spazio eterno.

Gli ultimi balli, gli ultimi canti, il meraviglioso mandala di foglie e sabbia, fiori e legnetti, funghi e cortecce: tutto aveva il dolce sapore della soddisfazione, della leggera consapevolezza che l'esperienza aveva fatto il suo corso.

L'ultimo cerchio, dopo l'abbraccio finale, si era stretto fin dentro al cuore, e noi tutti stentavamo a lasciarlo. Una storia ancora, dai. E poi un'altra e un'altra ancora. Chi teneva gli occhi chiusi, chi abbozzava un sorriso, chi appoggiava lo sguardo sui piedi, chi tendeva la mano alla persona accanto, chi chiedeva un abbraccio e chi lo concedeva felice, chi ascoltava in silenzio e chi sospirava a metà, trattenendo il fiato.

Poi, nello sguardo di qualcuno, si è accesa una luce, una consapevolezza che ha presto contagiato tutti gli altri.

Una strana voglia di andare, di rimettersi in cammino, per ritrovare quel mondo che aveva vissuto per giorni senza sapere nulla di quello che era stato condiviso, detto, conosciuto, consigliato e mostrato in quella piccola grande valle.

Una strana voglia di mettere in gioco tutta quella esperienza, per trovare un modo col quale tenere alta la speranza e la consapevolezza che, un passo alla volta, qualcosa di concreto può e deve essere fatto.

Qualcosa di concreto per ricostruire questo mondo imperfetto, pensato per gli esseri-formiche e lasciato incompleto dagli Dei costruttori alla vista dell'ingordigia delle proprie creature.

E allora, eccola, la lezione svizzera. Il primo passo è l'impegno personale. Ma il secondo è l'Educazione. L'educazione per la Natura e con la Natura.





P.s. il tortino salato è finito in mezzo minuto....

lunedì 21 aprile 2008

L'odore della resina, nella pioggia e sulle labbra


Sono sempre stato un amante della pioggia.
Sarà per questo che nell'ultimo fine settimana mi sono eclissato, a godermi qualche goccia in più che mi bagnasse il viso e si confondesse tra le labbra.

E mentre mi eclissavo, nell'aria ho avvertito spandersi un profumo, di terra bagnata e aria carica di tensione vitale. Mi ha riportato a quando ero bimbo, e mi fermavo in mezzo al giardino ad assaporare quel rumore di fondo e quegli odori diffusi: l'erba baciava la pioggia e la pioggia accarezzava le piante.

Forse era l'odore della resina di cedro.

Sicuro che una volta a farmi compagnia non c'erano le labbra e il sorriso che avevo vicino in questo fine settimana.

mercoledì 2 aprile 2008

Edera nel deserto

La tenda nel deserto, non si sa bene come, è stata costruita lasciando cadere nella sabbia delle sementi di Hedera Fulgea, su innesti di palma da dattero - lavorati e allineati ad hoc. Ha una forma vagamente tondeggiante e la penombra al suo interno è fresca, rilassata.

I nomadi - seduti in cerchio tra tappeti e cuscini - si passano un vassoio argentato, lucidato a specchio, sul quale è posata una sola tazza di vetro. Thé nero, menta, cannella, miele e datteri in infusione. Uno alla volta, la prendono, si specchiano nel vassoio, sorseggiano quanto basta e dicono la loro sulla questione.


Stakanov dice che sta tenendo botta.
Anche in questi giorni deliranti di trasferte e chilometri, riesce a trovare il tempo per ricamare col pizzo e l'orlo dei fazzoletti di tempo che parrebbero infinitesimali, ma che profumano di infinito.
Ieri e oggi, a Città dei Vicoli, Stakanov ha incontrato persone favolose che non vedeva da tempo. Ha ballato, bevuto e cantato, massaggiato, baciato e fatto l'amore.

Beato lui, annuiscono gli altri.

Anche Bebop, il cowboy acquamarino, tiene botta.
Se n'è stato tutto il giorno a sguazzare tra i palloncini e le bolle di sapone del palcoscenico, aspettando che anche gli altri pesciolini del Porto dei Piccoli sistemassero le loro battute e le loro scenografie, per lo spettacolo celebrativo che si è tenuto in serata.
E che spettacolo, ragazzi.
Un'ora e trenta minuti di canti, balli e bevute, massaggi, baci e abbracci.

Beato lui, approvano gli altri.

Il marinaio di foresta sta tenendo botta, ma è decisamente stanco.
Anche se felice.
Dopo mille chilometri, una notte quasi in bianco e questa strana voglia di raccontare, domani mattina si alzerà per accompagnare una vivace accozzaglia di marmocchi di Città Grande di Nebbiascura a incontrare i loro gemelli di Città Primadeimonti, vicino al lago, tra i boschi.
Chissà che giornata.

Beato lui, si dicono gli altri.



Quello di cui non si hanno più notizie da un po' è l'eremita australiano. Bisognerà aspettare che la tenda arrivi sotto il suo albero. E comunque starà meditando a fondo sulla bellezza della vita...

Beato lui.