"Le storie servono alla poesia, alla musica, all'utopia, all'impegno politico: insomma all'uomo intero, e non solo al fantasticatore. Servono proprio perché in apparenza non servono a niente: come le poesie e la musica, come il teatro e lo sport... Servono all'uomo completo e, vorrei aggiungere, a completare un uomo."
Gianni Rodari


giovedì 20 maggio 2010

Nomade è chi lo nomade fa!






Avendo un'indole inquieta e sempre alla ricerca di radici, i nomadi hanno fatto una scommessa. Importante per qualcuno, imponente per altri, azzardata per altri ancora.

La scommessa prevede di non levare le tende per un pezzetto di vita da un certo fazzoletto di terra, stretto tra sei o sette laghi, un paio di fiumi, qualche bel colle e una pianura di risaie e zanzare.

E non solo: durante questa radicata e inquieta ricerca, in quella terra d'azzardi vorrebbero anche infilarci le mani, e provare a cavare sangue dalle rape, trasformare il piombo in oro, sfornare ciambelle senza buchi.

Visto il salto di paradigma verso il radicamento, sarà bene immaginarsi un altro nome, un altro modo di raccontare, un altro modo di vedere le cose... o forse sarà sufficiente mantenersi nomadi dentro?



link all'immagine

lunedì 17 maggio 2010

Emersioni





La sensazione è quella di riemergere dopo una grande apnea, alla fine di un'avventura poderosa.

Penetrati nell'antro oscuro, abbiamo combattuto draghi assassini e farfalle carnivore, ci siamo fatti in quattro per recuperare le pietre magiche e poi, proprio mentre tutto crollava e bruciava di esaltazione, ci siamo tuffati nella baia rumoreggiante e scura - in fondo alla quale una strana luce azzurrognola faceva sperare nella classica via di fuga.

E poi ci siamo ritrovati a galleggiare in pieno oceano, girandoci a guardare il vulcano che si era appena risvegliato - ultimo guardiano di quelle pietre che avevamo sottratto.

E galleggianti, alla deriva, ridevamo e sbattevamo le mani sull'acqua... Per vedere il piccolo clipper amico all'orizzonte. Così abbiamo iniziato a nuotare in quella direzione, con il peso leggero del bottino nella sacca a tracolla.

Uscire da questa primavera è stato un po' così.

Siamo solo all'inizio, gente.


venerdì 14 maggio 2010

Un piccolo grande passo...




Ecco, in anteprima assoluta, il nuovissimo logo
dell'Associazione di promozione sociale "I Maestri Itineranti".




A colori.

In silhouette.






domenica 9 maggio 2010

Serendipità di maggio






Città di Corona Tramonti è la città delle sorprese maggioline,
un po' come gli ovetti di cioccolato.
Uno ci va per fare il serio, poi si ritrova a zonzo
perso per mercatini di cose ricettate,
con un vecchio amico ritrovato
a parlar d'amori, d'arme e belle gambe.


martedì 27 aprile 2010

Intimità nascoste





Quella sera il mondo aveva architettato per regalargli del tempo tutto per lui. Succedeva, ogni tanto, ma anche quando accadeva i pensieri delle cose da fare da dire da rimandare da rifare erano troppi.

Così quella sera il mondo aveva fatto in modo che si trovasse solo, seduto su una sedia di paglia, davanti ad un tavolo in legno sbrindellato, con in mano una radice di salice tutta piena di muschio secco e terriccio rosso. Lui, una piccola tazza di thé beduino e gli attrezzi per cavare da quel brandello di albero qualcosa che gli dicesse che senso aveva la vita, lasciando scorrere le dita negli incavi, tra la segatura, a cercarne le forme nascoste.

E il mondo aveva deciso che a fare da contorno a quelle intime soddisfazioni ci sarebbe stato un buio come non se ne vedevano da secoli, a cavallo di nuvole cariche di pioggia e lampi e tuoni. Lui aveva deciso che sì, accettava l'intimità offertagli dal vento e dalla pioggia. Così scostò i pensieri, aprì bene le finestre, spostò il tavolo e la sedia paglierina vicini al balcone e spense tutte le luci della sera, tranne una piccola piccola: a illuminare le dita, il legno e il rombo dei tuoni.



mercoledì 14 aprile 2010

Il vento gira





Qualche giorno prima il vento era cambiato, e la nave scorreva veloce. Gli uomini si godevano il sole e le nuvole di cotone. Il lavoro di braccia e gambe era più lieve, anche se i segni delle corde e del sale erano evidenti più che mai.

Anche il capitano preferiva stare all'aperto. E la sua voce aveva cambiato tono e battuta. Ora le parole non calavano più come scuri o mannaie sulle orecchie degli uomini alle vele: assomigliavano semmai alle gocce di pioggia decise e insistenti di un rinfrescante acquazzone estivo.

Da qualche giorno il vento era cambiato, la fatica era soddisfacente e la nave viaggiava senza gradi intoppi. Si preparavano gli arpioni, le funi e i barili per la caccia grossa. Qualche punto interrogativo sulla rotta restava, ma quello, del resto, era sempre dipeso dall'apparire delle balene.




giovedì 8 aprile 2010

Scappate, scappate: le inquisizioni son tornate!






La paura che spingeva a chiudersi in casa con la luna piena.

È questa la sorta di maleficio che attanaglia le nostre case, le nostre piazze, i nostri punti di ritrovo.

È quella specie di maledizione grazie alla quale qualunque cosa brutta che accade era (ed è) da attribuirsi alle "facce brutte", alle "schiene curve", ai "nasi bitorzoluti", alle "gambe zoppe", alle "mani storpie".

È superstizione, è diceria, è creduleria.
È la rivincita del mediocre, che pur d’essere ascoltato s’inventa la qualunque storiazza.
È l’orgoglio del mediocre, che mette insieme due notizie raffazzonate e sforna la ricetta per sconfiggere il Male Assoluto, che ribalta la propria misera esperienza in saggezza popolare, in verità, in bene, in meglio, e la getta in pasto agli spaventati astanti come fosse mangime per le galline. E quelli a pigolare e sbeccheggiare qui e là, quelle parole semplici e dirette, senza alcun contenuto nascosto.

- E’ la strega: bruciamola!

- E’ quello sgorbio d’un nano gibbone: cacciamolo!

- E’ colpa di quell’indemoniato: friggiamolo!

E venivano bruciate donne che curavano la gente con le erbe, o donne che avevano la sola colpa di essere oggettivamente brutte e baffute. E venivano allontanati uomini e ragazzi improduttivi, magari dalla sensibilità spiccata ma dall’incapacità di comunicarla col linguaggio comune. E venivano fritti poveri epilettici la cui unica colpa era quella di mettere a disagio un’intera comunità, schiaffandogli in faccia l’ignoranza di un male complesso e profondo.

Questo tempo, quello in cui viviamo, mi sembra quel tempo, nel quale la diversità, la povertà, l’improduttività, l’ignoto venivano additati come forieri di sventura, di aria malsana, di pestilenza e pustole. Ma è diceria, è creduleria, è superstizione, è faciloneria.

È paura. È la paura che fa scegliere di chiudersi a riccio anziché aprirsi alle alternative. È la paura che fa alzare gli scudi, anziché imbandire le tavole. È la paura che sceglie di creare identità farlocche e artefatte per difendersi da un Altro, altrettanto farlocco e artefatto, volontariamente sconosciuto e inconoscibile.

È la paura che non permette la creatività delle scelte, che spinge per l’urgenza, per la semplificazione, per la via breve.

È la paura che fa scegliere la politica del fare senza progetto e rifiuta in tronco la politica del progettare per agire.

È la paura che fa scegliere soluzioni esclusive, che creano situazioni di privilegio sempre più ristrette. E che darà i natali ad altrettante nuove situazioni problematiche, mai considerate e spaventerrime.

Lo sforzo, ora, non è quello della soluzione rapida. È quello di guardare al problema ed evitare la soluzione rapida. Evitare la soluzione semplice. Evadere dalla convinzione che nella semplicità dell’azione si nasconda la piena applicazione della soluzione.

Aprire il dialogo anche al diverso, al povero, all’improduttivo e all’ignoto ci permette di rendere la soluzione complessa e articolata, proprio come è la vera struttura sociale: che comprende e giostra tutti questi elementi assieme a quelli “uguali”, “ricchi”, “produttivi” e “ri-conosciuti”.

Amplificare la complessità del progetto significa garantire una struttura complessa delle azioni concrete e una più ampia gamma di possibilità che includano altre casistiche non considerate.


Insomma, voglio dire: più la soluzione è creativa e allargata, più ci si diverte a cercarla e più abbiamo il culo parato in caso nascano altri problemi: come si fa a non capirla!


Lo avevo detto in qualche modo anche qui. Qualcuno poi mi ha fatto riflettere ancora con questo. Il resto l'ha fatto una chiacchierata con l'edicolante del vecchio paese.



mercoledì 7 aprile 2010

Immersione tra le fronde...






Alcune letture della carovana, in questi tempi...


“Il Libro dell’Inquietudine di Bernardo Soares” scritto da Fernando Pessoa. Uno zibaldone di pensieri che rileggono in profondità la banalità del quotidiano, ridando un forte senso di disorientamento e di costante ricerca dell’essere se stessi e del desiderio d’essere altro, altrove, in altri momenti.


“1o giorni che fecero tremare il mondo” scritto da John Reed. Un resoconto vivamente sentito della Rivoluzione Russa: una fotografia in progressione della società e delle condizioni che portarono alla esplosione di quello che sarebbe stato il popolo sovietico.


“Terra-patria” scritto da Edgar Morin e Anne Brigitte Kern. Lucida descrizione del pensiero terrestre: quella filosofia che prescinde da teorie politiche o ideologiche e che vede nel Pianeta Terra l’unica e sola Casa viaggiante per tutto il genere umano.


“La sfida della complessità” a cura di Gianluca Bocci e Mauro Ceruti. Un enorme compendio non esaustivo ma appagante dei discorsi attorno alla epistemologia della complessità, all’incertezza della conoscenza, alla fallacità della scienza positivista e determinista, alla forma mentis che ci accompagna da qualche decennio ma che ancora non comprendiamo né tanto meno governiamo. Uno sguardo oltre il Pensiero unico, la Semplificazione dei fatti, il Rasoio di Ockham.


“Ricercare e Riflettere” scritto da Luigina Mortari. Perché la formazione di un docente dovrebbe fermarsi alla sola trasmissione di nozioni e contenuti? Insegnare non è forse instaurare e gestire relazioni docente-alunno e docente-colleghi? E queste relazioni non sono fatte anche di emotività, feedback, principi? Quali strumenti dovrebbe saper gestire, quindi, un docente per migliorarsi e migliorare le relazioni che instaura in ambito professionale?


“Le donne della pesca e del lago” scritto e interpretato da Betty Colombo. Commovente spettacolo teatrale della vita quotidiana che fu, narrato e trascritto da una delle autrici/attrici più genuine che la Provincia dei sette laghi abbia mai conosciuto.






Interrogarsi 2








E qual è la parola per dire di quando cammini per strada sulla via del ritorno e ritrovi qualcosa che pensavi di non avere con te e che invece ti era scivolata dalla tasca all'andata, e la tiri su da terra e passi delle ore a fissarla chiedendoti se è veramente la tua o no?







martedì 6 aprile 2010

Interrogarsi...








Qual è la parola per dire di quando cammini per strada sulla via del ritorno e ritrovi qualcosa che pensavi di non avere con te e che invece ti era scivolata dalla tasca all'andata?










domenica 4 aprile 2010

Il nido pensile





L’uomo camminava sulle radici e sui tronchi con una destrezza invidiabile. Ormai non faceva più nemmeno caso al baratro che si apriva appena sotto. Era da tempo che non metteva il piede in fallo, che non rischiava di cadere, ed era da ancora più tempo che non gettava l’occhio laggiù, nel nero fondo del nulla che aveva sotto i piedi.

Un giorno di molto tempo prima la terra aveva tremato, proprio là dove l’uomo stava costruendo la sua casa. La terra aveva tremato e uno scisma colossale si era portato via il terreno da sotto i suoi piedi. Ad essere precisi s’era ingoiato tutta la casa e gran parte della foresta che c’era lì attorno. L’uomo allora era caduto. A corpo morto era caduto: giù, lungo il crepaccio incommensurabile. E mentre cadeva aveva gettato le mani alla rinfusa, afferrando qua e là delle radici che ancora sporgevano dalla parete del burrone. Le prime si spezzarono, restandogli tra le mani segnate. Altre nemmeno si accorsero della sua presa. Altre ancora invece lo aiutarono a rallentare la caduta, fino ad arrestarla. Il fondo della terra spaccata era così nero da non riuscire a vedersi, e l’uomo aveva tremato con ogni muscolo, con ogni cuore, con ogni goccia di sudore che ancora gli restava. Di scatto aveva strappato lo sguardo da quel terrore, volgendolo verso l’alto, costringendosi a non vedere quello che lo aspettava dietro le spalle e sotto i piedi, se solo avesse perso la presa. Coi denti, le unghie, gli alluci, le ginocchia e i gomiti, alla fine, cominciò una lunghissima risalita.

In verità era caduto così a fondo che il tempo impiegato per conquistare qualche tratto verso il bordo del precipizio fu lo stesso impiegato dalle radici e dalle piccole piante a strapiombo per crescere e diventare arbusti, e poi alberi. Così radice dopo radice e ramo dopo ramo, l’uomo aveva avanzato verso il bordo, sempre più vicino. Successe però che, piano piano, l’uomo smise di arrampicarsi e cominciò a spezzare e tagliare rami e tronchi e liane per sistemarli come meglio poteva: all’inizio per facilitare l’ascesa, poi per cercare acqua e ristoro, più in là per fermarsi a riposare. Ecco allora che le radici e le liane e gli alberi che avevano frenato la sua caduta divennero col tempo il suo nido pensile.

Ora l’uomo camminava sulle radici e sui tronchi con una destrezza invidiabile. Tempi e giorni e stagioni gli erano occorse per acquisire quell’abilità: di ogni pezzetto di legno sapeva soppesare la portata con uno sguardo e laddove percepiva una mancanza - o laddove ci fosse anche solo il minimo sospetto di riuscire a intravedere il nero vuoto sottostante - l’uomo correva istintivamente ai ripari ponendo nuovi rami, nuove travi, nuove liane. Il rifugio era diventato tanto immenso e articolato da toccare l'altro lato del burrone, mentre l’uomo passava le sue giornate a saltare da un ramo all’altro per sistemare, qui e là, questo o quel pezzo. Fu proprio durante una di queste operazioni che successe. Arrivando per rinforzare un pavimento ancora troppo sottile, l’uomo poggiò rami e frasche su uno dei rami portanti: con uno schianto il ramo si spezzò. Con un soffio sordo e frusciante, gran parte della pavimentazione del rifugio fuggì verso il baratro.

E l’uomo si ricordò della terra che aveva tremato. Della terra che aveva ceduto. E fissando finalmente il baratro fin nella sua anima scura e senza fondo, l’uomo cominciò ad alleggerire il nido.




lunedì 22 marzo 2010

Incroci






Ci sono cure che non sono coccole.
E ci sono coccole che non sono cure.
E ci sono coccole che son cure che son coccole.


Ci sono incroci che non sono bivi.
E ci sono bivi che non sono incroci.
E poi ci sono bivi che sono incroci che sono cammini.


E quando ti ci trovi, non puoi fare altro che staccare i cartelli,
e portare con te le direzioni del mondo. Ovunque tu scelga di andare.




mercoledì 10 marzo 2010

Neve tardiva





Se la ricordava bene, la neve tardiva. Era quella neve soffice, farinosa e bianca da far male agli occhi. Era quella neve che ricopriva tutto tranne che le strade, quasi che rimbalzasse da terra per afferrarsi ai cornicioni, ai pergolati e alle tegole, lassù in alto. Era quella neve che entrava inaspettata nel bavero alzato dei cappotti di primavera, appena sotto alla tesa dei cappelli leggeri. Quella neve che riusciva ad alleggerire la mente e il corpo, stanchi per la frenesia di passioni che pare si risveglino ai primi canti di marzo, ma che in realtà si sono mosse fino a ieri sotto il manto invernale e che altro non han fatto che alzare il capo ai primi truffaldini raggi di sole, odorosi di fango ed erba verde.


Qualche giorno prima aveva camminato in riva al fiume. Il freddo non gli impediva certo di gustarsi lo scorrere frusciante dell'acqua trasparente: pareva, anzi, che la rendesse chiara come vetro, profonda come diamante. Accanto al greto ricolmo di sassi scuri, proprio sotto la riva franata e alta che dava sul bosco di querce, aveva trovato una risorgiva: sgorgava lenta e discreta dalle radici degli alberi sbilenchi e penzolanti, con quell'acqua gentile che inverdisce e schiarisce i dintorni di dove s'accumula. La pozza era ricolma di verdi piantine, come un tappeto sommerso che lasciava di tanto in tanto intravedere quella primavera di sassi colorati e di radici tenaci che di lì a poco avrebbero contagiato con la loro tenerezza anche i dintorni lontani del bosco.


Se la ricordava bene, la neve tardiva. Che tardiva non era, e che anni prima ricopriva bosco, fiume e campagna con molta più tenacia di quanto non pretendesse ora. Ogni tanto alzava il naso al cielo, apriva la bocca e lasciava che quella turbinante pace bianca gli baciasse il cuore.


venerdì 5 marzo 2010

Una sostenibilità tutta da raccontare






Un paesino della bassa varesotta, perso tra boschi ricolmi di maneggi e tralicci dell’alta tensione nemmeno fosse la provincia ‘mericana: è qui che stiamo portando avanti un progetto di “sensibilizzazione alla sostenibilità” . La struttura è complessa, le tematiche affrontate sono tantissime e sicuramente non aiuta la ligia aderenza alle ore concordate - che le prof non smettono mai di farci notare. I ragazzi faticano ad entrare nell’ottica, sentono il tutto come calato dall’alto e si sforzano mille volte più del necessario.

C’è bisogno di uno stacco, una riflessione forte, un coinvolgimento in prima persona, qualcosa di immediatamente realizzabile ma strutturalmente significativo: non bastano le fotografie raccolte, le testimonianze trascritte e le esplorazioni in giro per il paese; dobbiamo allargare la partecipazione, aprirci al consenso e alle espressioni “di pancia”.

Così decidiamo di mandare all’aria la scaletta e di improvvisarci Cantastorie, noi e loro.

Stamattina arriviamo a scuola di buon’ora e spostiamo i banchi come al solito, ma ci dividiamo in gruppi e occupiamo quattro aule anziché una sola. Poi cominciamo un serrato fuoco di fila “maieutico” sulle tematiche che abbiamo affrontato finora: Consumi, Mobilità, Inquinamento, Verde Urbano – ovvero: acqua, energia, cibo, traffico in paese, pedibus, piste ciclabili, rifiuti nei boschi, cestini strabordanti, aeroporto troppo vicino e troppo ingombrante, gente che brucia mucchi di plastica negli orti, il parco comunale costantemente devastato, boschi e campi mangiati dalle villette a schiera.

Per ogni tematica, i ragazzi prendono spunto da episodi accaduti realmente o da situazioni che desiderano fortemente cambiare… Poi, all’improvviso realizzano che non dovranno semplicemente mettersi a scrivere o a raccontare, ma dovranno inscenare quello che hanno immaginato. Gli occhi si accendono, l’odore dei dodicenni che si scaldano riempie l’aria, i sorrisini si sprecano e le urla di emozioni incontenibili fanno tremare i vetri.

L’entusiasmo è tale che la Preside decide di partecipare e mi chiede spiegazione del perché un gruppetto di alunni stia prendendo a calci un armadio urlando cose indicibili, Stiamo lavorando sulla sostenibilità: inscenano una situazione di vandalismo e degrado sociale le dico. Scuote la testa e balbetta qualcosa mentre se ne va: forse avvilita, forse solo stanca.

Alla fine, ecco che cosa questi ragazzi hanno da raccontare:

Vandali in Via Isonzo. Un gruppo di ragazzotti dediti alle bombolette e allo sfascio delle altalene si vota alla ricostruzione del parco, perché...

Batticuore in bicicletta. Zig-zagando avventurosamente tra le automobili con la sua bicicletta una ragazza incrocia l’amore della sua vita: sarà ricambiata o morirà stirata dalle gomme del tamarro locale?

Il Pedibus lo facciamo nostro! Per un gruppo di scolari il pedibus organizzato dagli esperti è una bella idea, ma così com’è non fa per loro. Forse se…

Una passeggiata nella spazzatura… Girando per i boschi col nonno e il fratellino, una bambina inizia a raccogliere tutta la spazzatura che trova. Ne raccoglie tanta da…

Le luci di Malpensa e i Cucù di Via Roma. Storia di come l’inquinamento luminoso dell’aeroporto tenga svegli gli uccelli e di come questi tengano svegli alcuni padri di famiglia, pronti a sparargli…

Non si sente niente! Una telefonata tra amiche è interrotta dall’assordante passaggio dei cargo in decollo e atterraggio.

Ma… Piove gasolio!?! Il carburante degli aerei e gli effetti nefasti sugli alberi… dal punto di vista degli alberi!

Plastica in fumo! Diatribe di cortile scatenate dalla strana usanza locale di bruciare quintali di plastica nei campi, in barba a qualsiasi legge o buonsenso.

Viva le brocche! Cronaca di una rivoluzione per l’uso dell’acqua pubblica nella mensa scolastica.

Partecipazione e condivisione riconquistate. Progetto ampliato e migliorato esponenzialmente. Alcune storie sono state inscenate già questa mattina, altre andranno smussate e provate. Tutte saranno filmate e montante in un video, allegato al documento chiave del progetto originale “Il Manifesto per la sostenibilità a Casorate”.



Ripensare i consumi?







Quella cornacchia maledetta non la smetteva di ridere.
L’aveva cantata in tutte le lingue conosciute, quanto era buona e succulenta quell’uva, e certo la volpe che stava passando di là non si era persa una parola. Tanto che aveva provato per ore a saltare in alto, in alto per cercare di afferrarne anche un solo, piccolo, succoso acino. Purtroppo non c’era davvero niente da fare: era troppo in alto, e a furia di saltare, prima una zampa messa male, poi il muso che sbatte contro il vitigno, poi un sasso tra le unghie… insomma si stava davvero conciando per le feste. E quella dannata cornacchia ormai aveva smesso di decantare le proprietà del frutto per sbeffeggiarla sempre più rumorosamente.

- Perché al posto di ridere così tanto, non te la mangi tu l’uva, visto che è così buona?
- Perché… Perché… Perché… Perché mi diverto di più a vederti saltare come un pagliaccio, volpona!

La volpe ci pensò su qualche secondo, poi una luce gli balenò in fondo allo sguardo.

- Bah, secondo me non è poi così buona, la vedo da qui… a guardar bene si direbbe marcia!
- Marcia? Macchè marcia! Non vedi com’è lucida e brillante?
- Ti dico che è marcia. Me ne vado, testa vuota!
- E io ti dico che no! Dove vai? Guarda! Guarda!

La cornacchia, indispettita calò un artiglio sull’uva e un grappolo cadde per terra, dove prima c’era la volpe, che ormai si stava allontanando lungo il filare. Vedendo che nemmeno quello attirava l’attenzione del quadrupede, la cornacchia scese a terra, prese il grappolo e, volando, si portò davanti al muso bianco e arancione.

- Vedi! Guarda, guarda se non ci credi!

La volpe vide benissimo. Tanto bene che con un balzo chiuse le fauci attorno al cuore della cornacchia, spiumandola con uno sbuffo e facendone un sol boccone. Poi prese due chicchi per sé e portò il resto alla tana.


mercoledì 24 febbraio 2010

Hic et nunc,
o Gli esistenzialismi "ecologici"





Secondo le più recenti Teorie per la Sostenibilità, il principio che più si tende a dimenticare nella nostra società è quello dell'Entropia - secondo il quale l'energia utilizzata per compiere un lavoro diventa quel lavoro solamente in parte, mentre per l'altra parte è dispersa in calore non riutilizzabile.

Se si ha a che fare con un Sistema aperto - come lo è un ecosistema locale, ovvero un Sistema in grado di ricevere dall'esterno sia energia che materia - il problema quasi non si pone: materia ed energia saranno trasformate in modo da ricalibrare l'equilibrio interno anche davanti a grandi cambiamenti (secondo i principi della resistenza e della resilienza).

Se si ha a che fare con un Sistema chiuso - com'è il nostro Pianeta, ovvero che riesce a scambiare solamente energia con l'esterno ma non materia - allora il problema dell'entropia è più cogente: con l'apporto energetico è possibile trasformare la materia, ma senza apporto di materia prima o poi quella che è stata usata non lo sarà più. Qui il gioco è capire che le materie non sono infinite: non essendo possibile smettere di utilizzarle, sarebbe necessario trovare altri modi per farlo come ad esempio la creazione di materiali riutilizzabile e riciclabili, etc...

Sia in un caso che nell'altro, però, l'importante è capire che c'è un problema di efficienza: materia ed energia non possono evitare di essere usati, trasformati e dispersi, ma possono esserlo secondo criteri di risparmio energetico - non tanto per aumentare il lavoro svolto, quanto per evitare che molta dell'energia vada persa in calore.

Ultimamente sto ragionando in termini di "entropia emotiva, affettiva e psicologica" - per così dire. E mi sono reso conto non tanto del perchè, ma sicuramente del come in questi anni io mi sia sentito sempre così in tensione, in apprensione, in pericolo, in costante affanno.

Ho passato anni ad oscillare tra quello che ho e quello che desidero, mettendoci tante di quelle energie emotive, affettive e psicologiche da riuscire ad ottenerlo - solo per poi partire all'inseguimento di qualcosa d'altro: senza prendermi il tempo di assaporare quello che ho tra le mani, senza prendermene cura, senza vederne nascere qualcosa.

E' così che ho voluto l'amore, lo ottenuto e poi ho desiderato la libertà e l'ho ottenuta, e poi ho rivoluto l'amore e l'ho avuto ancora, per poi desiderare l'amore e riconquistare la libertà: in un balletto assurdo tra nostalgie e rimpianti per il passato perduto, devastante per me e per chi mi ha subito.

Quello che voglio è mettere un un po' di sostenibilità anche nella mia vita. E ripartire da quello che ho desiderato ed ottenuto - che è disponibile Qui e Ora. Per godermelo a fondo, finalmente, dedicandogli il giusto tempo, le giuste energie emotive, affettive e psicologiche: nulla di più, nulla di meno. Che il resto è tutta energia risparmiata o spesa per i marginalia, altrettanto importanti. Il desiderio d'altro, se nascerà, non sarà più in contrapposizione, ma un'evoluzione naturale, nata da queste esperienze di cura e dedizione del e nel presente.




domenica 14 febbraio 2010

Ordinariamministrazione







Una mail letta lunedì mattina mi porta fuori casa per la notte, dopo una giornata di Associazione e progettazione-a-spron-battuto, e prima di un turno alla Casa delle Ragazze Cresciute - con risultati malvissuti da me e da chi mi aveva scritto. Così rientro alla tana martedì sera, solo per finire di cucire assieme un incontro sulla depurazione dell'acqua da presentare mercoledì in giornata, alla fine del quale ritirarmi dal mondo, ringraziare gli amici del liceo che mi hanno tirato il pacco per la sera e sprofondare nel futon, tagliando fuori anche l'ennesima bionda scomoda. Collasso del tutto e prendo fiato, così giovedì mattina riprendo la via delle Ragazze Cresciute fino a tarda notte, per risvegliarmi all'alba di venerdì, cancellare l'incontro settimanale per l'Aula in Giardino, e mettermi in marcia verso Bergamo, dove faccio avanti e indietro tra mille segreterie e librerie, Città Alta Citta Bassa Stazione Fontane Funicolare Viottoli, per questa nuova follia che è la Specialistica. La sera riesco a vedere il mio fratellino, e mi faccio due chiacchiere di quelle che scaldano il cuore, così dormo beato fino alle otto di questo nebbioso e freddo sabato mattina, quando mi ritrovo sulle sponde del Fiume Azzurro in attesa di una troupe televisiva che deve girare un'avventura farlocca: la ciurma arriva tardi, la Barbie deve truccarsi e ci mette dueoredue - e si stira anche i capelli. Sceso dal gommone mi faccio una doccia rapida, torno alla Casa delle Ragazze, dormo un'ora e comincio il turno pome-sera-notte che mi porterà a domattina. Intanto ascolto Gianmaria Testa e festeggio il San Valentino più stupido della mia vita.








mercoledì 3 febbraio 2010

Oggi va così





Oggi va così.




Oggi va così. Un pomeriggio scarico, di quelli che quando sei un gatto dedichi a lisciarti il pelo affondanto in un piumone, ché non hai penne di gabbiano da inseguire per il giardino o gatte arancioni da tenere a bada.

Oggi va così. Un pomeriggio scarico, di quelli che ti arriva una mail e qualsiasi cosa tu volessi fare va a pallino, perché vorresti mettere insieme un sacco di parole ma non sai preciso-preciso né cosa né come rispondere, perchè scrivere con la pancia è sempre troppo arzigogolato.

Oggi va così. Un pomeriggio carico di cruda tenerezza, di quelle che disarmano e ammutoliscono, un po' come i disegni di questo signore, autore del dipinto qui in alto.




lunedì 1 febbraio 2010

Il tempo permesso







Per noi che viviamo di fantasiose camminate e avventurose discese tra flutti colorati di bianco e verde e azzurro, la stagione alta si inaugura con le prime passeggiate di gennaio e le timide discese di fine inverno.

La neve imbianca ancora il paesaggio e fa rimbalzare la luce tra i sassi e le nuvole basse. Il silenzio è come ovatta per i sensi e le foglie morte sul terreno hanno perso la voce: al contrario dell'acqua, che salta e corre col rumore del cristallo inondato dal sole. La vegetazione è scarna e gli alberi sono alti scheletri, scuriti e smagriti dal contrasto con tutta quell'apocalisse di luce e silenzio.

Il freddo è pungente e paralizza la sensibilità delle mani, che a sgonfiarle tocca bere cioccolata per tutta una sera. E dopo la fatica, le orecchie si scaldano di un rosso appuntito e la pelle si liscia, i muscoli tirano e la stanchezza si ferma tra gli stinchi e le ginocchia, come fosse la febbre.

Al ritorno nel mondo normale, poi, un sottile pensiero allontana il senso di colpa quelli che sembrano doveri non affrontati, e una voce nella pancia ci dice che Sì, il tempo che ci siamo permessi - alla fine - ce lo siamo meritato.


mercoledì 27 gennaio 2010

Lettera aperta ai soci, o “Del perché scelgo la promozione sociale”






Ieri mattina, aprendo la stagione dei sopralluoghi, noi “Itineranti di Base” ci siamo addentrati in un campo piuttosto spinoso.

Guardandoci in faccia, per l’ennesima volta, ci siamo detti che per quest’anno tutto il tempo e la fatica che stiamo investendo sulla neonata Associazione va in volontariato. La cosa era risaputa fin dall’inizio, solo che gli interrogativi aumentano anziché diminuire e i lietmotiv di consolazione non sono che mantra di concentrazione.

Sono state fatte tante ipotesi, ma alla fine il problema si è rivelato un problema sì economico, ma più strettamente politico, o meglio filosofico – finanche teleologico: il nostro scopo è l’educazione ambientale fine a se stessa, o è la promozione sociale attraverso l’educazione ambientale?

Così, parlando come uno dei fondatori più che da presidente, ho chiesto a me stesso e a tutti noi:

Vogliamo fare dell’Educazione ambientale la nostra professione, e quindi entriamo in un discorso imprenditoriale agendo, come Associazione profit, non più “nel Sociale” bensì “nel Mercato” - puntando al guadagno e legandoci al fatturato, bilanciando tempo ed investimento personale per far quadrare i conti e permetterci uno stipendio senza tetti, senza che nessuno possa dir nulla del nostro operato;

o vogliamo fare dell’Educazione ambientale un mezzo attraverso il quale far emergere le nostre professionalità e le potenzialità dei soci per la creazione di Reti sociali, collaborazioni creative non lucrative e socialmente “proattive” – affiancando ad un investimento personale del tutto volontaristico un “soldo” che sia onesto, dignitoso e giusto, rimettendo il nostro operato all’Assemblea dei Soci alla fine del mandato?

Ci sono pro e contro in tutt’e due le visioni. C’è la dignità del lavoro e del lavoratore in entrambe. C’è la necessità di mettersi in gioco nell’una e nell’altra. Ecco perché non è una domanda banale. Ecco perché la risposta non è scontata…

… A meno che tu non creda che l’Educazione ambientale non sia solo qualcosa che “va di moda”, una specie di “macchina per far soldi”, un “modo diverso per fatturare” o un “bel lavoro”, ma un modo eccellente per ricreare reti sociali ormai sfilacciate.

… A meno che tu non sia schifato dall’essere entrato in questo ambito capendo al volo che i “competitors” giocano a farsi lo sgambetto per accaparrarsi più scuole, per tagliarsi fuori a vicenda dai bandi, per sbugiardarsi ad ogni piè sospinto – mentre predicano la sostenibilità sociale, economica e ambientale.

… A meno che tu, proprio per questo spirito mercantile imperante, non sia un soggetto anomalo, che riparte sempre da zero.

… A meno che tu - nonostante gli affanni economici, le distanze incolmabili e i doppi lavori– non abbia la certezza che lucrare su un Ideale non fa per te.

In questi casi ti accorgeresti che la risposta che ti dai e che ti sei sempre dato – con la pancia, col cuor e col cervello – è proprio la seconda.

E allora che Promozione sociale sia.

E che sia fatta bene: equamente, onestamente e con la massima apertura.