
La retrospettiva della fantasiosa vita di un educatore-geografo, un po' nomade e un po' no.
"Le storie servono alla poesia, alla musica, all'utopia, all'impegno politico: insomma all'uomo intero, e non solo al fantasticatore. Servono proprio perché in apparenza non servono a niente: come le poesie e la musica, come il teatro e lo sport... Servono all'uomo completo e, vorrei aggiungere, a completare un uomo."
Gianni Rodari
lunedì 25 gennaio 2010
Mattini innevati

sabato 23 gennaio 2010
Quel che resta del giorno
Alla fine di questa giornata rimane ciò che è rimasto di ieri e ciò che rimarrà di domani; l'ansia insaziabile e molteplice dell'essere sempre la stessa persona e un'altra.
Da "Il Libro dell'Inquietudine di Bernardo Soares" di Fernando Pessoa.
giovedì 14 gennaio 2010
venerdì 8 gennaio 2010
Passaggi e paesaggi

Ancora una volta, l’anno vecchio si sedeva al limitare del bosco e passava al nuovo la sua tracolla, ricolma di promesse ancora fresche.
La carovana aveva trovato un buon posto dove sostare, le genti avevano trovato selvaggina per conciar pelli e cucinare, e pareva che i giovani stessero mettendo da parte alcune delle ritrosie e delle arie che si erano dati all’inizio del viaggio, e avessero cominciato a fare la corte alle fanciulle del campo.
La neve certo non facilitava le cose, anche se rendeva tutto assolutamente più romantico. Lavarsi era parecchio fastidioso, ad esempio, ma con il fiume gelato i ragazzi portavano le fanciulle sulle rive innevate e le invitavano a sentire il rumore dell’acqua che scorreva ancora: se poggiavano la mano nuda sulla superficie, per qualche secondo, ne sentivano le vibrazioni sul fondo. E le ragazze ritiravano le dita scaldandosele col sorriso e le guance rosse.
La carovana era in viaggio da molto, e i padri e le madri non avevano idea di dove i loro vecchi volessero condurla. Ma i vecchi sembravano sapere dove stavano andando, e cantavano la strada richiamandone i punti di riferimento con le loro voci profonde e levigate. Ogni tratto di nuovo cammino era scandito dalle loro parole, dai loro volti e dalle loro mani, rivolte ad indicare questo albero contorto o quel versante rosso della montagna: la via era segnata, i volti del mondo gli sorridevano. Sarebbero tornati per poi ripartire.
La notte, i fuochi del campo illuminavano di giallo e oro i tetti dei carrozzoni, disegnando a terra larghi cerchi di terreno senza neve. Lì attorno le madri e i padri si raccoglievano, stanchi ma contenti: le prime buttavano della paglia in terra e i secondi accordavano gli strumenti. I vecchi richiamavano giovani e fanciulle. E la musica cominciava al passo delle danze, o le danze incominciavano al passo delle note.
L’anno nuovo era cominciato, infilandosi la tracolla e voltandosi per riprendere il cammino.
mercoledì 6 gennaio 2010
Natale, l'altro ieri.
C'è che in queste vacanze natalizie, parlando con le Bimbe Cresciute è saltato fuori il discorso di Babbo Natale. Ma tu ci credi? mi chiedevano. Non è questione se ci credo o no, è questione che l'ho incontrato, spiegavo. E mentre lo spiegavo, dicevo E' proprio così.
E lo potevo dire perché nella mia vita di piccole cose dolci come incontrare Babbo Natale, me ne sono successe un'infinità. Me ne capitano in continuazione.
Cose un po' come sentirti la pancia piena di emozioni perchè ti è capitata una domenica di marzo inoltrato in pieno inverno.
O un fine settimana proprio di martedì, tra montagne straniere nascoste dietro l'angolo, ad esplorare e assaporare sentimenti che stavano sotto la cenere.
Non è questione se ci credi o meno, è che l'hai vissuto con la pelle e la pancia: al sole delle parole, al sole degli sguardi, al sole delle tazze di thé e biscotti alle due del mattino, al gusto di baci sentiti, al profumo di odori che non se ne vanno per giorni.
Un po' come se Natale fosse sempre l'altro ieri.
E tu sei lì che te lo rigiri tra le dita come un fiocco rosso.
E sorridi melone.
giovedì 24 dicembre 2009
Nella Casa delle Coccinelle

L’avevano chiamata La Casa delle Coccinelle perché c’erano le coccinelle. Erano in tre e se ne stavano rintanate per l’inverno sotto vecchie tende e vecchie coperte in quella vecchia casa.
Le coccinelle erano saltate fuori svolazzando, quando i nuovi inquilini - pretendendo di rinnovare l'ambiente - le aveno accidentalmente distolte dal loro sonno. Imbufalite per il disturbo, avevano subito fatto capire che da lì non se ne sarebbero andate tanto facilmente.
Una aveva occupato l’ultimo piano della libreria, minacciando di volersi buttare giù. Un’altra s’era messa proprio di fianco al frigo, e intimava che se l’avessero sfrattata si sarebbe lasciata morire di freddo buttandosi nel congelatore, la prima volta che lo si fosse lasciato aperto. L’ultima aveva scelto di nascondersi tra gli scatoloni del trasloco al grido di:
Il-nuovo_che-avanza_ti-cambia-copriletto?
Tu_ Coccinella_Su!-fagli-lo-sgambetto!
Insomma, sembrava proprio che da lì non volessero schiodarsi. Erano tre, ma facevano più casino degli operai FIAT quando occupano la Milano-Laghi fuori da Arese. Così, la direzione degli inquilini si decise a mandare avanti un delegato per avviare una trattativa.
Le coccinelle però avevano inteso che quella era solo una manovra degli invasori, e mandarono a monte gli incontri.
Com’è noto, le coccinelle per comunicare usano i gesti, ma non come gli umani che gesticolano con le mani, la testa e a volte le dita: loro gesticolano con le ali, sei zampe, due antenne e quei bellissimi gusci pieni di pois che racchiudono le ali. Una trattativa di quella portata, tuttavia, avrebbe necessitato incontri tête-à-tête: chiamandole a trattare una per volta finiva che quelli le avrebbero messe una contro l’altra, e non avrebbero potuto nemmeno mollare i rispettivi presidi, che sarebbero subito caduti nelle mani del Nemico Invasore.
Insomma, gesticolando, le coccinelle si convinsero che era il momento di provare il tutto per tutto, e optarono per il modello francese. Col favore delle tenebre, abbandonarono in silenzio i loro presidi e si ritrovarono svolazzando in mezzo al salone. Si misero in formazione d’attacco silenzioso e ronzarono all’unisono fino alla stanza da letto principale. Laggiù dormiva l’Invasore.
Entrate nella stanza, le coccinelle schiantarono la porta alle loro spalle. Il clangore spaventevole svegliò di soprassalto l’Invasore che dormiva impunito. Compagne, addosso! Le coccinelle si avventarono su di lui intimandogli Nel nome del diritto alla casa, del diritto al sonno, del diritto all’asilo politico contro il Generale Inverno, ti prendiamo in ostaggio fino alla tua completa e incondizionata resa!
Immobilizzato nelle coperte dalle tre coccinelle per una notte intera, l’Invasore non potè più nulla. Anzi, le sue grida richiamarono ragni e cimici, che si sporsero sospettosi dai loro buchi e si avvicinarono più sicuri quando capirono che cosa stava succedendo. A quel punto, l’Invasore capitolò e riconobbe il valore dei Diritti Inalienabili delle Coccinelle e degli Esseri a più zampe, sottoscrivendo il Trattato di Convivenza che ancora oggi prevede la libera circolazione degli esseri a due o più zampe all’interno dei locali e nelle immediate vicinanze del balcone.
Fu allora che la chiamarono La Casa delle Coccinelle. E il nome rimase.
giovedì 17 dicembre 2009
Una passeggiata Oltremanica
Avrebbe preso un treno e poi la metropolitana, deciso ad arrivare dove doveva in meno di 30 minuti e poi godersi la mattina in un turbine di novità da riempire anima e stomaco.
Diavolo, avrebbe camminato. Avrebbe tagliato per le passeggiate lungo i canali, avrebbe attraversato i parchi e avrebbe ispezionato vicoli e stradine adornate di muri con mattoni a vista. Non reggeva quell'ammasso di gente accalcata dappertutto. Sui treni, sugli autobus, nelle vie principali, dentro i fastfood, sotto le scale, nei tombini, dietro le insegne pubblicitarie, accanto ai lampioni, lungo il fiume, sui barconi, sopra e sotto i ponti. Pienone ovunque.
Via, via, nervoso e fastidio.
Via dalla gente, cerchiamo un po' di respiro.
Fortunatamente l'aria era fredda e pungente, e il sole non si alzava troppo oltre l'orizzonte. Ne apprezzava il calore che colpiva la giacca e gli scaldava le braccia.
Aveva abbandonato i mezzi di trasporto in una zona imprecisata del conglomerato urbano e - stando alla carta da viaggio - c'era la possibilità di tornare a casa facendo un giro lungo una decina di ore, senza il rischio incrociare nemmeno mezza bionda con tacchi ai piedi, cagnolino al seguito e borse dei regali zeppi di cianfrusaglie dai costi inverosimili sottobraccio.
Aveva staccato il cervello dagli occhi, dalle orecchie e dal naso. Lo aveva messo in collegamento diretto coi piedi. Impegnativo, ma altamente gratificante. Aveva sentito la suola delle sneakers lavorare in sintonia con l'asfalto. Erano scarpe vecchie ma affidabili: ne ebbe la conferma qualche tempo dopo, quando piedi e gambe abbandonarono l'asfalto per calpestare erba, fango e foglie morte.
Fino ad allora, il respiro si era fossilizzato dietro al petto. I polmoni andavano con ansia, come i vecchi pistoni di un treno a vapore, sfiatando ad ogni passo in sintonia con l'andazzo delle braccia e delle spalle. Non appena piedi e gambe avevano abituato il passo al fango e all'erba, anche il respiro era cambiato. Era sceso fin sotto la pancia, allargandola e spingendola con delicata ingordigia, regolando il battito del cuore, ammazzando l'ansia, facendo tornare in vita l'olfatto. Troncando ogni sbuffata e trasformandola in una strana soddisfazione.
Il ragazzo si trovava in un qualche cimitero, pieno di lapidi sverze e sbilenche, immerse in una vegetazione selvaggia e incontrollabile: rovi, rampicanti, edere ormai capaci di soverchiare anche la più alta quercia, anche il più robusto faggio, capaci di penetrare nei mattoni della cappella nel mezzo di quel labirinto di ricordi affettuosi, come a dire che Dalla terra alla terra è un viaggio senza fine.
Dal cimitero era passato in un qualche pertugio del muro, diretto ad un passatoio accanto al canale nascosto là dietro. Dal ballatoio sopra l'acqua era passato attraverso un paio di scatole di cemento - quasi di corsa - per poi ritrovarsi sperso in uno dei prati più grandi e belli che avesse mai visto. L'orizzonte lo inscatolava, certo, ma prima di battere il muso su una di quelle pareti sarebbero passate delle ore. E questo poteva bastare.
Camminando, si portò nel centro della prateria collettiva. Il vociare lontano di bambini, cani, mamme e innamorati non poteva recargli danno: erano schiamazzi simili al canto dei parrots, al rosicchiar di ghiande degli scoiattoli, al picchiettare schietto e sincero delle cince sui rami più ricchi di insettini golosi.
Lì, nel centro della prateria, il ragazzo si sedette sotto un castagno. Una pianta enorme, che portava nel legno il lavorio paziente di secoli e secoli. Torsioni, flessioni, imbarcamenti, pressioni radicali e ramificanti: una muta tenacia, uno sforzo indicibile ed invisibile che ciclicamente tornava dal mondo nel mondo, senza fermarsi mai.
Sotto il castagno il ragazzo si sentì finalmente in pace.
Il ragazzo era in cammino dalla mattina, qualche ora prima. Era partito da Londra, si era spostato in Abruzzo, aveva visitato i boschi in Svezia, il giardino storico di una villa a Città dei Vicoli, il suo amato Fiume Azzurro ed era tornato a casa.
venerdì 4 dicembre 2009
... felicità è anche...

... una telefonata, mentre stai per addormentarti, che non ti aspettavi e che cambia tutta la prospettiva di una brutta giornata, se non molto di più...
... aver fatto il primo incontro in classe del primo progetto della prima associazione della tua vita in una uggiosissima giornata di pioggia e aver ricevuto un quantitativo di calore umano tale da incidere sul riscaldamento globale...
...una sorellina che ti scrive millanta regole per curare il suo cagnolino nuovo mentre lei è via, e si affida a te pur sapendo benissimo che, anche sforzandoti al massimo, le disattenderai quasi per intero...
...Il genuino entusiasmo di una socia che crede nei tuoi stessi progetti e non gli importa che tu le dimostri quanto le sei grato per questo, tanto è entusiasta di suo...
... la malinconia delle cose sbagliate e l'ingenuità dei "La prossima volta farò così", mentre speri di esser capace di far ridere qualche principessa quando ti caricherai il prossimo asino sulle spalle, sempre che tu abbia la possibilità di incontrarne un'altra...
...le piccole cose belle che si incastrano magicamente tra le gocce di pioggia, mentre aspetti la neve di metà dicembre, col cappello in mano, la testa bagnata e il naso all'insù...
mercoledì 2 dicembre 2009
La ricetta della felicità (per 3 persone)

martedì 1 dicembre 2009
Dispaccio di inzio dicembre
Fioccano le notizie e gli impegni.
La ciurma dei Nomadi sulle Spine al completo si è staccata dagli affari interni per dedicarsi alla vita sociale e reale, ultimamente.
Stakanov e la Megattera Bebop hanno dato una mano alla neonata Associazione di promozione sociale, la quale annuncia fiera e compatta un buon numero di progetti approvati. Con il giusto terrore di chi comincia a muovere i primi passi - con o senza girello - tutta l'associazione ride di gusto, sbatte le mani e guarda il mondo con gli occhi sgranati.
Coraggio o incoscienza? si chiederanno i più: i Soci Fondatori si abbracciano contenti e appena girato l'angolo alzano il bavero del cappotto, assaliti da un turbinio di emozioni tra l'incredulità e la speranza.
Gli stessi Soci Fondatori, negli ultimi due mesi, sono stati visti farsi valere in diversi modi e diversi ambiti. Durante il workshop della Regione Lombardia a Cremona. Durante gli incontri con le varie amministrazioni comunali. Durante gli incontri con altri attori di educazione ambientale (si legga "concorrenti", detti anche "possibili partner di progetto" in gergo partecipativo).
Sono stati tacciati di idealismo, di estremismo, di partecipazionismo, di dilettantismo, di naifismo, di volontarismo, di fancazzismo e - in alcuni casi contradditori - di precipitazionisimo. Ma i Soci Fondatori non si sono tirati indietro: si sono rimboccati le maniche e hanno spaccato.
Bravi ragazzi. Continuate così, fintanto che c'è qualcuno che vi dà credito. Poi si vedrà!
Nel frattempo, Il Saggio sull'Albero ha deciso di scendere e vedere di darsi da fare anche lui. Così si staglia all'orizzonte con un lavoro-pagnotta ad alto contenuto umano, dal devastante impatto psico-emotivo come può esserlo solo il diventare educatore in una comunità di minorenni tolte alle famiglie per i motivi più svariati. Una di quelle cose che più lo fai, meno il tuo fisico lo regge e più lo faresti.
A latere di tutto questo, qualcuno della ciurma dei Nomadi - Il Marinaio, n.d.r. - sta scandagliando il sottobosco, in cerca di ghiande particolarmente dolci e di pulci particolarmente pruriginose. La ricerca sembra essere solo agli inizi e si presenta come una di quelle ricerche che non hanno nessunissima intenzione di essere chiuse in tutta fretta. Anzi.
La ricerca tra le foglie è un'azione strana - fa sapere il Marinaio - Non sai quello che cerchi, non hai la minima idea di quello che trovi, e non sai perchè ma quando alzi lo sguardo sai quasi sempre sotto quale albero ti trovi. E riesci anche a dirlo in giro.
Sorprese a parte, sostenibilità vuol dire anche coltivare i propri sogni e avere il tempo di goderseli. Quindi grandi e lunghe pause, nessuna fretta, tanta buona musica, ottime birre, buone letture, punti di ritrovo improbabili, legnetti intagliati, dita tagliate quasi di netto, collage impossibili, e un po' di sana nostalgia per i momenti sacri in cui si pretende di stare soli.
mercoledì 18 novembre 2009
Guarda in su, guarda in giù...
E' un po' come spostare le foglie
lunedì 16 novembre 2009
Strane assonanze
Anche in giro per il mondo ho qualche fratellino e sorellina.
Insomma, quel genere di fratelli e sorelle
e ti rimangono attaccati come fossero parte della tua ombra,
sabato 14 novembre 2009
Un venerdì con le cuffiette

Il ragazzo era alto, barbuto e spettinato, con i vestiti un po’ usati, quasi venisse lì per lì da una corsa a perdifiato dietro a chissà quale bel sogno. Parcheggiò la sua auto appena fuori dal numero civico che gli avevano notificato.
- Era la sede di un vecchio supermarket – avevano precisato – non ti puoi sbagliare!.
Di fatti, il vecchio stemma del proprietario blasonava ancora le lunghe e fredde vetrate. Per la metà superiore, le vetrate erano coperte da saracinesche grigie e polverose, per la metà inferiore da uno strato di vernice bianco panna, dal quale permeava la luce giallastra dell’interno.
Il ragazzo suonò il campanello. Una voce squillante non si fece attendere, seguita a ruota dallo scatto elettrico della serratura. Appena tre secondi dopo, una figura altissima ed enorme zampettò dietro le vetrate d’ingresso. Era la Donna Cannone, vestita con una tenda di velluto nero, adornata con più accessori che curve in eccesso e sormontata da un indecifrabile cappellino in lana viola, portato sulle ventitré.
Il ragazzo allungò la mano, presentandosi, e fece scrocchiare qualcosa nascosto nelle dita di quell’insolita figura. Un sorrisino abbozzato da quel viso suino e la stretta molliccia sparì in un lampo, trasformandosi in un ampio gesto di cortesia. Misegualaprego.
Il ragazzo si servì un caffè, si accomodò in una scrivania d’angolo e si mise a leggere. Mentre leggeva, cercava di intuire qualcosa dal gran vociare che arrivava dall’enorme salone alle sue spalle. Buttando un’occhiata di tanto in tanto. Il vecchio supermarket era stato trasformato in un call-centre. Era stato sventrato da scaffali e casse e uffici, per essere rimpinzato con qualche computer e qualche cuffietta, sistemati in una squallida isola di cartone al centro dell’enorme scantinato.
La Donna Cannone era in piedi, in mezzo al salone, tra le scrivanie: si muoveva tra le postazioni telefoniche toccando gli operatori sulla spalla, uno ad uno. Tivedo Tisento Ticontrollo. Alle sue spalle, d’improvviso, spuntò la Donna Gatto, che sinuosa e flessuosa si avvicinò al ragazzo.
- Buongiorno sono Elettra, la Responsabile dell’Azienda, sono contenta che abbia accettato di sostenere il colloquio, siamo un’Azienda Leader nel settore da undici anni e ci occupiamo di vendite telefoniche per un fornitore di servizi informativi nazionale, dopo due mezze giornate di formazione, per il primo mese lavorerà a contratto con la società interinale, alla fine di questo mese, se la valuteremo idoneo, sarà messo sotto contratto a progetto direttamente da Noi, il che prevede 15 euro netti di rimborso spese al giorno e una provvigione del 4% per almeno 14 contratti stipulati nel mese-lavoro. Al termine del progetto, della durata di 3 mesi, sempre che sia nuovamente ritenuto idoneo, le faremo un nuovo contratto a progetto, con due mezze giornate di formazione per il nuovo servizio da vendere: rimborsi e provvigioni rimarranno sempre gli stessi.
- Buongiorno a lei, signora Elettra. – rispose il ragazzo.
- Bene, vedo che lei lavora al mattino, cos’è un’associazione di volontariato la sua? Mmm… e vedo che abita parecchio lontano da qui, spero davvero che questo non sia un problema. Abbiamo già avuto casi di persone che venivano da città lontane e allo scadere del contratto con l’agenzia interinale hanno preferito rinunciare al nostro contratto perché non sopportavano più di dover fare tutta quella strada, confidiamo che lei prenda da subito in considerazione la cosa e che ci pensi bene, prima di farci rifare tutto il lavoro di formazione da capo.
- Non è mai stato un problema fare un po’ di strada per andare al lavoro… –
- Bene, un’altra cosa che voglio sia chiara è che durante i due giorni di formazione che faremo (lei comincerà lunedì) è come trattare con i clienti, certo, ma soprattutto come trattare i clienti. Proprio oggi, ad esempio, un interinale di 48 anni che era con noi da appena due settimane si è preso la libertà di insultare un cliente e poi ha avuto anche la bella faccia di fare lui quello ch’era stato offeso, ha fatto fagotto e se ne è uscito sbattendo la porta!… Non sia mai, intesi? Un atteggiamento del genere rovina il clima positivo delle vendite e mette in cattiva luce tutta l’azienda, gettando nel ridicolo tutta la squadra. Un cliente trattato così è un cliente bruciato. Meno male che quel “signore” se n’è andato prima che riuscissi a prenderlo io, che ero al telefono col cliente da recuperare: lo avrei sbattuto fuori con le mie stesse mani! Che razza di ebete! –
- Ah… come hanno reagito i colleghi? –
- … in che senso scusi? –
- Che cosa hanno detto o fatto i colleghi, quando è successa questa cosa? –
- Che domande… gli si sono messi a ridere in faccia! Cosa puoi fare con uno così? Una come me passa anni a costruire un bel gruppo di venditori, con un bel senso di sana competitività, una sana voglia di fare meglio degli altri, sempre a spingersi per migliorarsi a vicenda… e poi arriva un tizio che fa una scenata del genere! Non le dico come hanno reagito! Se le facessi vedere il grafico giornaliero di ieri e il grafico giornaliero di oggi capirebbe che dramma è stato! –
- …
- Ascolti… allora noi ci vediamo lunedì alle 14.00. Puntuale, la prego, che cominciamo la formazione con gli altri nuovi come lei. Martedì prova pratica, da mercoledì si comincia con le vendite reali.
- Uh, certo, come no.
Il ragazzo si alzò, si infilò sciarpa e cappello. Raccolse lo zaino, strinse qualche mano. Con un sorriso ebete stampato in faccia. La sensazione di stordimento era completa, abissale. Uscì in strada, e l’aria fredda e buia della sera lo accolse come un abbraccio tenero e consolatorio. Di stelle non se ne vedevano, dietro ai lampioni, ma lui sapeva ch’erano là.
Il ragazzo salì in macchina. Un mese pagato dall’interinale e poi piantare un casino tale da farsi licenziare. Urlare in faccia a quella Gatta Morta che il lavoro è sacro, che il lavoratore è sacro. Che quello che offriva lei non era lavoro, ma uno schifo di schiavitù, e che quelli lì alle scrivanie non erano lavoratori, ma schiavi inebetiti da scrollare, da svegliare. Urlare a tutti di prendete coscienza, che il signore di 48 anni sì che sapeva cos’era la dignità!
Aveva bisogno di lavorare, il ragazzo, ma a tutto c’era un limite. Certo, non lo aveva mai fatto prima, di farsi licenziare.
Un sorriso gli si abbozzò sincero, illuminandogli gli occhi. Aveva tutto un fine settimana per decidere.
giovedì 5 novembre 2009
Traslochi malriusciti

C'è che alle volte va proprio così.
Vedi un armadio che ti piace e che sai ci starebbe troppo bene in salone, 'fanculo quell'Ikea di merda. Sarà grosso ma ce la puoi fare lo stesso. Costi quel che costi.
E allora, quelle volte lì, ti ritrovi a portare un armadio dell'Ottocento gigante al piano più alto del palazzo in cui traslochi e non entra nell'ascensore. Così chiedi all'amico di fiducia di darti una mano, che i soldi per il traslocatore mica li hai... E lui arriva tutto contento per poter essere d'aiuto, e si rimbocca le maniche con lo sguardo di chi ha seriamente intenzione di farsi valere.
Tu te ne stai lì, immobile, che ti interroghi sul da farsi, ne vedi gli angoli morti, ne scruti le crepe, ne valuti il peso enorme, eppure ti carichi quel coso sulle spalle e fai di tutto per riuscire a portarlo ai piani alti.
Il compare ti aiuta tenendo l'armadio da sotto, mentre ti crista dietro santi e madonne che il peso dell'affare ce l'ha addosso tutto lui, Perdio tienilo che mi schiaccia! Mentre a te ti si stirano le dita, ti saltano i tendini delle spalle, ti si inciampano i piedi e ti si arrotano le ginocchia dal dolore.
E in due vi fate i mille gradini che separano l'antro d'ingresso dal primo pianerottolo, e dovete mettere giù l'armadio in tempo zero... Cazzononcipassa, Masìspingi!, Nogiralo, TiradaiperlamadonnaTira!, Nochesiriga!, Madaiiii!... E alla fine riuscite a passare il pianerottolo, solo per affrontarne chissà quanti altri.
C'è che alle volte va proprio così. Che alla fine quel peso immane, lo si porta fino in cima, sgrabelato come il ginocchio d'un ciclista di quart'ordine, con i fumi che escono dalle orecchie, ma in cima ci si arriva. E allora si brinda, si festeggia e ci si gode l'armadio ottocentesco mentre ci si scioglie in brodo di giuggiole.
Ci sono delle volte, invece, che arrivati al secondo, terzo, quarto pianerottolo, avete tra le mani un armadio che a furia di cozzare contro i muri è diventato largo la metà di quanto era. Le antine cascano, lo specchio s'è rotto, le maniglie d'ottone penzolano e cigolano. Mentre le forze abbandonano te e il tuo compare con la stessa velocità con la quale avete appreso nuovi e stravaganti insulti con i quali appellarvi.
Quelle volte lì, l'unico momento di condivisione sincera - a parte gli insulti - siete voi due che vi guardate negli occhi e, senza dire niente, aprite la finestra che da sul cortile, guardate che di sotto non passi nessuno e, in un impeto liberatorio, scaraventate quel maledetto peso più in là che potete. Mentre urlate in faccia al mondo la fatica di quelle scale.
Poi vi allungate la mano, ve la stringete con una certa mestizia, mista ad una quasi immutata stima, e vi salutate.
Tu sali in casa a farti una doccia, e l'amico va a fare shopping.
Sicuro, in quei momenti lì, nei tuoi occhi aleggia un solo, fugace pensiero. Però, quell'Ikea..?
lunedì 5 ottobre 2009
Aspettando la qualsivoglia meraviglia

Era da tempo che non riusciva a scrivere qualcosa. La sua scrivania era un disastro. Pezzi di carta d'ogni genere e specie ammuffivano assieme a pezzi di liquirizia in trucioli. Mozziconi di tabacco da pipa spenti in bicchieri opachi odoravano la stanza senza alcuna pietà. Il letto si confondeva con il pavimento, grazie ad un accumulo insulso di lenzuola e biancheria.
Lui era bloccato al centro della stanza, distante dalla macchina da scrivere almeno quattro passi, nudo come un pesce, con due orrendi calzini di cotone spugnoso a coprire quel poco di decenza che da tempo calpestava sotto i talloni. Sapeva che il sole era salito alto nel cielo, attraversando le persiane della finestra, e poi era sceso sempre più in fretta, trasformandosi di nuovo in buio e freddo e miseria. Chissà quante volte.
Il racconto non voleva procedere. Non ne voleva sapere di avanzare. Il sole era venuto e andato non sapeva più quante volte. Ormai le gambe non lo sorreggevano più e le braccia erano completamente addormentate. Il freddo che aveva avvertito ai testicoli era ormai scomparso, lasciando il posto ad un frequente formicolio che saliva dai talloni e non lo avrebbe abbandonato a breve.
Il marinaio se ne stava così, con le finestre aperte e le persiane chiuse, con lo sguardo fisso sulla pagina nella quale da tempo cercava di scrivere che cosa gli fosse capitato. Ne aveva tutto il diritto. Ne aveva bisogno, quanto di mangiare e bere - cosa che per altro non gli riusciva e non gli sarebbe riuscita fintanto che quelle maledette parole non fossero state messe su carta.
Il racconto era la sua vita, sua e dei suoi compagni nomadi. Se non procedeva quello, le loro vite sarebbero rimaste sospese. Se lui fosse morto cercando di raccontarsi, sarebbero morti anche loro. Aveva un mondo da scrivere. Un mondo da inventare. Un mondo da vivere.
La macchina da scrivere sembrava ridesse. Impossibile, assurdo. Ma gli rideva in faccia. Non ha senso quello che vuoi dire. Non ha senso per te, non ha senso per loro. Non ha senso per nessuno. Sembrava dirgli. Come in un vecchio film nel quale le macchine da scrivere erano in realtà agenti segreti di un mondo deforme e imbambolato dalle droghe.
Ma lui non era drogato. Era sveglio e vigile, per quanto gli concedessero le sue gambe e il suo stomaco vuoto e disidratato. Avvertiva il ronzio delle mosche nella stanza immobile. Sentiva gli odori delle cose nel frigo, immobili quanto lui. Percepiva le correnti d'aria che portavano di tanto in tanto gli odori da fuori: la pioggia, l'asfalto caldo bagnato di fresco, l'erba del vicino tagliata, l'azzurro del cielo.
Lui era sveglio e vigile, e quelle parole le avvertiva perfettamente. Si erano gelate da qualche parte in fondo allo stomaco. Il marinaio sapeva esattamente quale fosse la loro forma e che colore avessero. Ma non ne comprendeva il suono. Erano parole mute, gelate come blocchetti di ghiaccio sperduti in fondo ad un freezer da scongelare. E, perdio, non sarebbero venute fuori nemmeno a morire. Erano parole spaventose, che nessuno - proprio nessuno - riusciva ad immaginare. Né parole d'amore, né parole di terrore. Semplicemente parole spaventose.
Gli altri nomadi sulle spine erano preoccupati per il Marinaio e si affacciavano, di quando in quando alla porta della stanza: facevano per avvicinarsi alla macchina da scrivere, da soli o tutti assieme, per distrarlo e cercare di suggerire al foglio almeno un incipit giusto. Ma gli occhi del marinaio li trafiggevano come l'arpione di Queequeg, precisi fino alla morte, ardenti d'una luce assassina e violenta. Non azzardatevi, la preda è mia. Sembrava dire senza proferire nemmeno un sibilo.
Così tutt'attorno alla stanza, la vita continuava. Stakanov non aveva un attimo di tregua e creava situazioni strampalate nelle quali indaffararsi e industriarsi. L'eremita australiano se ne stava a gridare al mondo la sua vanità. Dal canto suo, la Balena Bebop navigava tra oceani pieni di ingiustizie cercando di mettere un po' del suo impegno nelle vite altrui. Ma tutti quanti avevano una paura fottuta e pregavano perché il Marinaio capisse esattamente che cosa stesse succedendo al loro mondo.
venerdì 25 settembre 2009
La Paura...

06 settembre 2009.
Domenica.
1h16.
Scritto e mai pubblicato.
Ho così bisogno di scrivere. E non riesco più a farlo. Sul blog non posso raccontare cosa mi succede perché c'è chi potrebbe non capire, o capire troppo. E' come se, in questo momento di folle corsa verso il futuro, io abbia tagliato la maggior parte delle vie di comunicazione col mondo, come se il far sapere agli altri dove voglio arrivare sia di per sé un pericolo, uno sbaglio. Un modo per rendere assolute scelte e bivi che, altrimenti, potrei invertire e convertire fino all'ultimo momento, e oltre.
Voglio mantenermi indipendente, negli spazi e nelle azioni, voglio vivere ancora in questo bozzolo, in questo appartamento isolato dal mondo per qualche tempo, voglio avere ancora la possibilità di imparare più e più cose sul mio lavoro, sulla mia vita.
Ed ora tutto è sconvolto, tutto si agita e mi vortica attorno. Ed io mi gelo, mi comprimo, diminuisco la superficie esposta e aspetto che gli eventi mi diano uno spiraglio, una via di fuga da poter plasmare e far rimbalzare su altri eventi, per andare nella direzione più aderente ai miei intenti ultimi.
La Donna Ottocentesca è l'unica che mi smarscheri, l'unica che mi faccia alterare e che ogni volta voglia scoperchiare questa mia ostinata incomunicabilità, col risultato di vedermi esplodere e vedersi scaricare addosso le mille e più paure che dovrebbero stare compresse, aspettando la via risolutiva con tempi autunnali.
La perdita del lavoro, la nascita d'una mia associazione, la dismissione del contratto d'affitto, il lavoro, l'educazione ambientale, la società, la vita stessa. A volte mi chiedo davvero che senso abbia tutto questo.
Per chi sto inseguendo questa mia balena bianca?Per chi ho deciso di stracciarmi l'anima?Per chi ho deciso che questi sono i miei sogni?Da dove arriva questa folle determinazione?Sono forse schiavo di un vuoto cosmico, che non mi vale da solo il senso di vivere?
Per cosa? Perdio! Per chi?
Per chi?
La solitudine, a volte, mi è parsa una soluzione. Via dai vincoli urbani, senza compromessi lavorativi, lontano da una società sudicia e suicida, corrotta nell'anima e nello spirito, incapace di bloccare la cupidigia che l'ha spinta a divorarsi le membra e i figli.
Ma quale soluzione può essere, questa solitudine, quando anche nell'abisso, il cuore non smette mai di sperare?
giovedì 6 agosto 2009
Tempeste
Perdonate l'immobilità che m'ha colto,
mercoledì 8 luglio 2009
Respiro
venerdì 3 luglio 2009
SegnalAzioni






